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Prima coltivazione di luppolo in Italia made in Modena

Prima coltivazione di luppolo in Italia made in Modena

A Cognento l’esperienza di Hops, una start up fondata da quattro ragazzi: «In due ettari un prodotto unico»

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MODENA. L'economia modenese sta per aprirsi ad un mercato completamente nuovo, che è quello del luppolo.

Merito della Italian Hops company, start-up fondata l'anno scorso da quattro ragazzi modenesi. «Al momento, grazie al riconoscimento ottenuto dal Ministero dell'Agricoltura, siamo l'unica coltivazione ufficiale di luppolo in Italia», spiega Eugenio Pellicciari, uno dei fondatori. La start-up è frutto di anni di studio, iniziati con il progetto di coltivazione del luppolo autoctono di Marano, sviluppato da Comune e Università di Parma.

«Italian Hops company - racconta Pellicciari - è nata come “costola” commerciale del progetto del luppolo autoctono, di cui faccio parte dai primi tempi e con cui la start-up continua a collaborare. L'idea è quella di riuscire un giorno a commercializzare le varietà autoctone italiane. Prima, però è necessario sviluppare le adeguate condizioni per avere un'adeguata base di partenza. Per molto tempo, quindi, ci siamo consultati con produttori tedeschi e sloveni, realtà molto più ferrate sull'argomento. La loro conoscenza ci ha aiutato molto a sviluppare il nostro metodo di coltivazione, che segue un approccio biodinamico, improntato alla qualità. Dall'estero abbiamo anche dovuto importare tutti i macchinari per la trasformazione del prodotto».

Dall'estero provengono anche i luppoli che saranno commercializzati per primi: «A settembre - dichiara Pellicciari - cominceremo a vendere ai birrifici luppoli americani coltivati da noi. Iniziare con questi luppoli è necessario, ci permette di creare una produzione standardizzata. Speriamo di arrivare a circa una tonnellata di luppolo secco».

Le varietà saranno anche americane, ma, come è stato mostrato la settimana scorsa durante la Festa del Luppolo di Marano, il territorio modenese le ha influenzate molto, rendendole di fatto un prodotto unico. La coltivazione avviene all'interno del terreno dell'azienda agricola Re Laurino di Cognento, di proprietà della famiglia di uno dei soci. «Il luppoleto copre circa due ettari e mezzo, mentre un ettaro è coltivato ad orticoltura tradizionale, che vendiamo a privati e ristoranti. In questo momento è una scelta che si rivela necessaria, perché gli ortaggi ci permettono un'entrata regolare nelle casse», dice Pellicciari.

La vendita di luppolo, infatti, non è ancora iniziata, e si tratta di un mercato, in ogni caso, in cui non è facile muoversi: «È un'attività che presenta molti rischi da un lato e molte opportunità dall'altro. I rischi sono quelli che deve affrontare qualunque azienda, specie in questo periodo; a questi si aggiungono i vuoti normativi per questo specifico tipo di coltivazione, per esempio sull'uso dei fitofarmaci, e l'impreparazione delle istituzioni di fronte alle novità. Quest'anno abbiamo vinto l'oscar green regionale di Coldiretti, ma il resto abbiamo dovuto farlo tutto da soli. Dall’altro lato, però, le opportunità sono molte: c'è la possibilità di creare un mercato che in Italia ancora non esiste».

Per questo molti agricoltori mostrano il proprio interesse verso questa nuova realtà, ma sono allo stesso tempo titubanti di fronte agli investimenti ed ai possibili ostacoli. Secondo Pellicciari, un modo per far fronte a tutto ciò è quello di «creare reti e canali di vendita di piccoli produttori, che si sostengano a vicenda nei vari processi di produzione, trasformazione e vendita del prodotto. In questo modo si è più sicuri e si possono abbattere le spese e gli investimenti necessari. Molti agricoltori sono interessati in una riconversione delle colture verso il luppolo, e noi di Italian Hops company vogliamo approcciarci loro offrendo sostegno, competenza, know how e un canale di vendita. Per quanto riguarda quest'ultimo, stiamo collaborando con alcuni piccoli produttori tedeschi e sloveni».

Enrico Vincenzi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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