Gazzetta di Modena

Modena

«Palazzo Solmi? Servono altri 2 milioni»

di Stefano Luppi
«Palazzo Solmi? Servono altri 2 milioni»

L’ex sovrintendente Luciano Serchia spiega quelli che sarebbero i costi per ospitare nello storico immobile uffici comunali

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Se il Comune davvero vorrà mettere in futuro i suoi uffici nella parte più nobile dello storico palazzo Solmi dovrà sborsare nei prossimi mesi almeno due milioni di euro per terminare la riqualificazione dello stabile di via Emilia centro. L'amministrazione ha già visitato l'eventuale futura proprietà, ma ancora non ha fatto i conti - troppo prematuro, prima occorre che il Demanio proprietario del palazzo ceda l'edificio al Comune come gli ha chiesto il sindaco - che però arrivano dal direttore dei lavori dell'ultimo recente restauro. Si tratta di Luciano Serchia, fino al 2013 soprintendente per i beni architettonici, che alla Gazzetta spiega lo stato dell'edificio e anche quel che occorre ancora fare per trasformare il palazzo in sede di uffici pubblici.

L'ex dirigente ministeriale, tra l'altro non è convinto che i duemila metri quadrati dell'edificio siano completamente adatti a ospitare uffici comunali. E le medesime considerazioni le fa anche se, è questa infatti l'altra ipotesi di Muzzarelli, dovesse entrare in quello stabile la Prefettura di Modena. «Mi sono occupato di quei restauri - spiega Serchia - che furono molto complicati perché individuammo una situazione che non ci aspettavamo. Sostanzialmente gli oltre 4 milioni di euro che fino al 2014 il ministero per i Beni Culturali ha destinato a quei lavori sono serviti a porre rimedio a problemi importanti. Soprattutto li abbiamo utilizzati per consolidare le coperture e i solai oltre a risolvere le questioni strutturali e alcune situazioni abusive che si erano create con le funzioni miste che palazzo Solmi ha avuto nel corso del Novecento. Per questo motivo tanto è rimasto da fare».

Ed ecco come arrivano la quantificazione di due milioni che i modenesi, attraverso il Comune, dovranno sborsare in futuro: «È una stima - continua l'esperto - ma ricordo che lo scorso anno abbiamo calcolato come servano ancora un milione e 400mila euro per i lavori soprattutto a livello di finitura, e per quel che riguarda pavimenti, impianti e altro. E poi ci sono 700-800mila euro necessari per gli arredi e l'adeguamento secondo le normative. Tra l'altro ci sono qui da affrontare anche problematiche relative alla sicurezza degli spazi pubblici, soprattutto per quanto riguarda l'infilata di saloni posti lungo via Emilia».

Sono le stanze più prestigiose dello stabile che venne realizzato su proprietà della famiglia Rangoni già prima della metà del Cinquecento: «Sì il salone degli specchi - continua Serchia - con la boiserie barocca che è in corso di restauro gestito dalla Soprintendenza. Proprio gli spazi lì intorno sono forse poco adatti ad uffici pubblici: se devo dare delle percentuali direi che il 65-70% degli spazi di proprietà demaniale sono adatti agli scopi annunciati. Ma il restante 30-35% non mi pare proprio. Del resto, se lo spazio fosse rimasto alla Soprintendenza il salone degli specchi sarebbe divenuto l'ufficio del soprintendente».

E anche questa destinazione sarebbe stata esagerata, vista l'importanza di quegli spazi che fino al 1975 hanno tra l'altro ospitato un noto cinema chiamato Ambra. Potrebbe esserci una sala espositiva o conferenze nel salone affrescato del palazzo? «Chi lo sa - termina l'ex soprintendente - quel che è certo è che lì c'è una sola scala accessibile per gli uffici, nella parte ovest del cortile centrale e vari passaggi difficili, ma certo anche spazi validi per le funzioni annunciate come l'ala est sul lato di via Badia». Dopo il viaggio in esclusiva compiuto giorni fa dalla Gazzetta - ancora disponibile sul sito www.gazzettadimodena.it - e qualunque sia l'istituzione che vi entrerà occorrerà considerare le opinioni di Serchia, attualmente il maggior conoscitore del palazzo ancora così pieno di problemi. Del resto qualcuno, viste anche le recenti e ancora non sopite polemiche, potrebbe anche stigmatizzare una sorta di paradosso per quanto riguarda le scelte definte dall'ente locale: un posto storico del centro destinato a sede di uffici, mentre importanti mostre vengono organizzate in un luogo meno allettante e centrale come la ex Manifattura tabacchi.

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