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E dopo i restauri il Palazzo Ducale torna a sorprendere

di Saverio Cioce
E dopo i restauri il Palazzo Ducale torna a sorprendere

Una meraviglia del Barocco che è tornata a nuova vita Muri puliti mattone per mattone come con Francesco I

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Uno splendore. Una magnificenza tale da entusiasmare anche Gian Lorenzo Bernini, se potesse rivedere la “sua” reggia tre secoli dopo, a restauri conclusi.

Quando nei giorni scorsi gli operai hanno smontato le impalcature del cantiere che per tre anni ha avvolto la parte posteriore del Palazzo Ducale sono tornati alla luce il disegno, le architetture, le sculture e i giochi di prospettiva che anche all’estero resero famosa, a partire dal ’600, la reggia estense in tutta Europa.

Il sogno del sovrano Francesco I, che volle far di Modena una capitale europea, riaffiora prepotentemente e l’antica reggia torna a nuova vita. Quello che ancora oggi è il palazzo più grande di Modena e provincia sembra appena costruito.

La mole dei muri alti decine di metri scompare, ingentilita dai tre ordini di finestre, dove i mattoni e le fughe di malta tra l’uno e l’altro sono state ripulite a una a una. Il colore rosa antico dell’argilla è tornato compatto, senza le volgarità di fresature fatte da restauratori frettolosi. I timpani, le cornici marcapiano, gli elementi angolari che segnano il profilo dell’edificio sono stati ripuliti sino alle fessure, riportando alla luce le foglie d’acanto e le roselline che ingentiliscono le cornici esterne delle finestre.

Anche le controcolonne schiacciate e stilizzate, nel cortile posteriore (ora piazzale Basile-D’Aleo), sono tornate visibili e alleggeriscono la mole centrale. I colori pastello, usati al minimo indispensabile negli elementi architettonici, completano l’opera e danno l’effetto di un dipinto dal vivo.

I quasi mille giorni necessari al restauro hanno prodotto un risultato eccellente, soprattutto se paragonato ad altri lavori in centro. Quasi 4 milioni di euro (per l’esattezza 3,9) sono stati necessari per restituire al più misconosciuto monumento della città la sua imponenza. Certo, il palazzo dal 1865 ospita le scuole militari dell’esercito italiano e quindi non è visitabile come le residenze di altre dinastie. Ma le aperture periodiche, le visite guidate fanno il tutto esaurito.

La sistemazione delle facciate s’imponeva anche per restituire unità stilistica a una reggia che negli ultimi anni al suo interno ha goduto di importanti restauri negli affreschi e nelle statue ospitando manifestazioni di livello internazionale, dal Pavarotti and Friend’s al Festival delle Bande Militari.

Per notare la differenza tra il prima e il dopo basta passare in via Tre Febbraio, dove le impalcature avvolgono l’ultima facciata da restaurare. Qui, perfettamente visibili dietro le reti, ci sono i guasti nei muri, i sali dell’umidità di risalita, mattoni rotti, i marmi coperti dal nero accumulato nei secoli. Non mancano neppure i segni delle fucilate dei patrioti con Ciro Menotti e quelle tra partigiani e nazifascisti nei giorni della Liberazione.

Ora manca poco per restituire al capolavoro tutta la sua dignità. Manca solo una facciata e poi l’unità stilistica tra interni ed esterni, così come la volle Francesco I con gli architetti Gaspare Vigarani e Bartolomeo Avanzini. Si rivede persino la mano del geniale Bernini, che gli era stato consigliato dallo zio a Roma, il cardinale Rinaldo: a lui sono attribuiti i disegni dei finestroni della sommità del palazzo e gli scaloni.

Leggenda vuole che il creatore delle prospettive, il genio barocco pupillo di papi e sovrani, creatore del colonnato davanti alla Basilica di S.Pietro, fosse molto legato agli Este, unito da una reciproca stima. Il suo busto di Francesco I fu realizzato sulla scorta di un dipinto: il duca lo ne fu talmente entusiasta da pagare al genio del barocco la stessa cifra che il papa gli aveva speso per la Fontana dei Fiumi a Roma.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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