Trecento in preghiera per dire addio a Khaoula
Camere ardenti gremite ieri per l’ultimo saluto alla 21enne annegata nel Secchia L’imam: «Tutti uniti sosteniamo la famiglia così duramente colpita dal dolore»
«Non importa in che Dio crediamo, l’importante è essere uniti». È lo spirito con cui più di 300 persone hanno salutato ieri Khaoula Louahbi, la terza sorella che ha perso la vita tra le acque del Secchia. Aveva 21 anni. L’abbraccio alla camera ardente di Baggiovara non conosce divisioni. «Siamo tutti uniti, solidali - ha spiegato Hicham Ouchim, responsabile del Centro islamico di Sassuolo - a prescindere dalla lingua, dal credo, dal colore della pelle. Non importa in che Dio crediamo. L’aspetto più importante è essere uniti, sentire il dolore degli altri». Hicham parla in italiano, dopo la preghiera in arabo guidata dall’imam sassolese, Khaled El Taouil. «La comunità islamica è colpita dalla tristezza e dal dolore - aggiunge Khaled - ed è unita in un unico corpo per sostenere la famiglia». Poche parole con alcuni presenti confermano la grandezza dell’abbraccio. «Ho avuto una disgrazia in un fiume - racconta Andrea Bergonzini, savignanese - mia cugina e la sua migliore amica sono annegate nel Panaro. Non conosco nessuno, ma mi sento vicino nella tragedia». «Persone come loro non meritano questo - riprende Pasquale De Ruvo - Abdelhak è un mio collega. Quando siamo andati a trovarlo in casa abbiamo visto che sono uniti tra di loro. Perdere tre figlie è un colpo al cuore, speriamo che lotti: ha una famiglia, altre due bimbe». Ogni divisione è alle spalle. «È una disgrazia per tutti - aggiunge Hicham - ed è nostro dovere stare vicino a chi soffre. La comunità islamica è bene integrata. Certo, ci sono i pro e i contro. Questa tragedia, però, ha unito tutti». La preghiera si apre con un appello: “Salam ‘alaykum”, “La pace sia con voi”. Quattro le parti, scandite dal Takbir: “Allahu Akbar”, “Dio è il più grande”. Gli uomini stanno più avanti, le donne più dietro con i bambini più piccoli. I piedi sono uniti come sostegno. Nelle prime file un bimbo accanto a un grande scruta curioso a destra, mentre gli altri hanno lo sguardo rivolto davanti. Chi è commosso punta gli occhi in alto o li nasconde. L’imam legge passi del Corano, poi Hicham parla in italiano: «A Dio apparteniamo, a Lui faremo ritorno». Ricordata la morte del figlio di Muhammad (Maometto) Ibrahim, è stata invocata la benedizione per la famiglia. «Nel Corano è detto che Dio metterà alla prova tutti noi - riprende Hicham - conosciamo il fratello Abdelhak e tutta la famiglia, sono un grande esempio». Poi un quesito. «Quando un giorno saremo al posto di questa fanciulla - chiede Hicham - ci saranno persone che pregheranno per noi? Se avremo fatto loro del bene allora resteremo nei loro cuori e nei loro pensieri. La morte ci deve dare la ragione di vivere nel migliore dei modi». “Ma' assalama”, Khaoula. Vai in pace.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
