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«Io nell’inferno di Chernobyl per raccontarne i fantasmi»

di Alice Scaglioni
«Io nell’inferno di Chernobyl per raccontarne i fantasmi»

Francesca Gorzanelli, fotografa di Vignola, si appresta a partire con il compagno per l’Ucraina «È un sogno che custodisco fin da bambina, spero di poter rendere la tragedia con le mie immagini»

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VIGNOLA. Una fotografa vignolese a Chernobyl per una settimana per un reportage sul reattore che nel 1986 causò il disastro nucleare. Partirà a breve Francesca Gorzanelli (nota con il soprannome di NoFear), per documentare la situazione della città ucraina, abbandonata da quasi 30 anni. Francesca andrà insieme al compagno Emanuele Cosimi, livornese; partiranno il 26 settembre e avranno a disposizione una settimana per fotografare, la zona di esclusione di Chernobyl, il reattore numero 4 ed infine Pripjat, la più famosa città fantasma del mondo. Un sogno nel cassetto per Francesca, amante del fotoreportage, che aspetta questo momento da quando era piccola: «Ricordo che in casa c’era molta paura nei primi giorni dopo il disastro e mia mamma non mi faceva nemmeno uscire: è una cosa che mi è rimasta fortemente impressa». Da lì, il desiderio di recarsi in quei luoghi, e vedere con i propri occhi le conseguenze di quel terribile avvenimento, è cresciuto con lei, insieme alla passione per la fotografia. Francesca ed Emanuele hanno iniziato a lavorare come fotoreporter per le convention di tatuaggi in giro per l’Italia, realizzando servizi per note riviste del settore. Ma la volontà di immortalare qualcosa di più incisivo li ha portati nei luoghi dove l’uomo ha dato il peggio di sé. «Abbiamo iniziato a fotografare manicomi, ex lazzaretti, campi di concentramento: tutti posti che le persone preferiscono dimenticare, nella speranza di cancellare la vergogna che li circonda». Luoghi carichi di emozioni, che però hanno conosciuto solo per esperienza indiretta. «Ai tempi dei lazzaretti, o dei campi di concentramento, nessuno di noi due era nato. Con Chernobyl invece, avevamo undici e nove anni, e l’abbiamo vissuta in diretta, seppur ancora bambini». E così, nel corso degli anni, Francesca ha continuato ad informarsi, ed a sperare di poter realizzare “il servizio della sua vita”. Ad aprile la decisione di partire. La conferma però è arrivata solo la settimana scorsa. «I tempi per ottenere i permessi necessari per le visite - spiega Francesca - sono molto lunghi e c’è sempre il rischio di incorrere in cavilli burocratici». Non è scontato recarsi a Chernobyl e sono diversi i documenti che il governo ucraino richiede per poter accedere alle zone più pericolose. Alcune addirittura sono aperte solo da pochi anni: «La zona di esclusione, la torre di raffreddamento e tutto quello che circonda il reattore numero 4 sono stati dichiarati visitabili solo cinque anni fa e comunque i rischi sono sempre alti». Quello di Francesca ed Emanuele non è un capriccio personale, dietro c’è la voglia di documentare uno dei più tragici avvenimento degli ultimi trent’anni e la speranza di poter mostrare pubblicamente i propri lavori. «Sono emozionata all’idea di partire - conclude Francesca - so bene quali rischi corro. Mi auguro di tornare con una intensa esperienza nel mio bagaglio personale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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