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Profughi a Modena: così siamo scampati alla morte

di Stefano Totaro
Profughi a Modena: così siamo scampati alla morte

Il 29enne del Mali: «VoIevano che mi arruolassi nell’Isis: 7 mesi di carcere e poi mi hanno gettato su una barca alla deriva»

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Modena. Mentre le auto passano lungo la tangenziale e scandiscono lo scorrere del tempo, c’è chi si ferma. Siede all’ombra improvvisata di qualche albero tra le aiuole dei parcheggi, saluta quasi accarezzando la mano di un compagno di avventura, guarda un minuscolo cellulare e si mette un po’ di musica nelle orecchie. È fermo. Anche i suoi amici lo sono. Così pure quelli degli altri gruppetti che colorano gli spazi dove regnano auto e asfalto sormontati dal grande e alto casermone della residenza universitaria.

Dal Mali a via delle Costellazioni, seguendo un percorso che ha quelle virtuali, fantasiose caratteristiche di un videogame, dove il protagonista fugge dai combattimenti, arriva nel deserto, viene fermato in una cella per mesi e poi abbandonato in una barca alla deriva ma alla fine riesce a salvarsi e a tornare fiero alla sua libertà, trovando il premio di una terra nuova, quella promessa. Ma qui è tutto vero, come è vera la speranza di questo 29enne del Mali di poter ricominciare, di iniziare a vivere per costruire, grazie a un lavoro, qualsiasi. Un foglio, un documento, un permesso è l’unica arma che gli serve in questa fase del nuovo gioco.

«Sono qui da una decina di giorni - spiega in francese - ed è tutto perfetto. Il mangiare è ottimo, non abbiamo problemi con nessuno, qui nella struttura ci sono altri del Mali ma si va d’accordo un po’ con tutti. Sono in attesa del permesso, mi hanno detto che ci vorrà almeno due mesi. Nel frattempo leggo, guardo i giornali, parlo con gli operatori, cerco di capire come è qui. Sono solo, non ho parenti, genitori e fratelli. E indietro non torno». Il 29enne è oltre un anno e mezzo che ha sfidato la morte. Dal nord del Mali, nella zona più colpita dal confitto innescato dagli integralisti, lui che abitava vicino a Timbuctu, saccheggiata e distrutta, scappò in Niger per poi finire in Libia, tramite «la pista del deserto», come lui la chiama. «Ma durante il percorso sono stato catturato, erano miliziani libici, dicevano di essere dell’Isis. Mi dissero “o combatti per noi o la tua vita finisce in carcere, o ti arruoli o muori”. Mi sono rifiutato. Sono stato in carcere sei, sette mesi, come segregato, a volte ci davano qualcosa da mangiare, a volte venivamo picchiati così, senza motivo». Poi , di fronte all’ultimo rifiuto di far parte delle milizie, per lui e un’altra ottantina di prigionieri ci fu la barca della morte. «Ci dissero “a voi ci penserà il mare”. Ci hanno messi su una barca e mandati in mezzo al mare, senza acqua né cibo. Siamo stati in mare sei giorni. Al settimo ci ha visto una nave italiana. Ora sono qui. Grazie a voi. Ora posso vivere».

Accanto a lui, seduto sul gradino del marciapiede, un altro profugo in attesa di iniziare una nuova vita. Viene dalla Costa d’Avorio e voleva raggiungere l’Italia perché «un lavoro, nonostante tante notizie contrarie, i miei connazionali qui lo hanno sempre trovato. Ero e sono fiducioso - dice il 20enne sempre in francese - e non torno indietro. Ce la farò».

Anche questo ventenne è scampato alla morte: racconta che dalla Costa d’Avorio è riuscito a raggiungere il Niger in automobile sino ad Agades. «Qui poi solo deserto sino alla Libia, ho dato dei soldi per riuscire ad attraversare, poi al confine con la Libia me ne hanno chiesti ancora. Non ne avevo più, mi hanno lasciato senza niente, in una pista di sabbia». E non è finita: «I militari libici mi hanno preso e portato in prigione perché non ero uno di loro. Sono stato alcuni mesi in alcune baracche, come delle prigioni. Poi sono riuscito a scappare e ho raggiunto Tripoli. Ma anche qui i militari mi hanno bloccato e trattenuto, messo in stanze dove eravamo tantissimi». E alla fine il 20enne parla di un grande “bateau”: «Ci hanno fatto salire, c’era gente di tanti paesi. Niente da mangiare, un po’ da bere. Forse eravamo in duecento. Non si sapeva chi guidasse. Abbiamo capito che eravamo soli in mezzo al mare».

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