«C’è l’amianto nell’acqua» e spariscono tutti i gioielli
Un’anziana raggirata con il trucco del controllo sulle tubature dell’abitazione L’amica aveva appena sventato il colpo: «Era in tuta e mostrava un tesserino»
Le hanno fatto credere di dovere controllare l’acqua del rubinetto, per verificare che non ci fossero tracce di amianto o che non fosse di una colorazione rossastra. Poi, una volta terminato il cosiddetto trattamento, le hanno portato via - con l’inganno - alcuni monili d’oro e preziosi vari, scappando a bordo di una vettura grigia. È il nuovo raggiro di cui è stata vittima Franca Volpi, 79 anni, residente in via Malatesta, finita nel mirino di finti addetti, che ieri hanno cercato di introdursi in più abitazioni del quartiere.
La donna, nella tarda mattinata, stava chiacchierando con un’amica che abita di fronte a casa sua. Improvvisamente, un’auto grigia accosta vicino alle abitazioni.
«Un uomo è sceso dal mezzo e ha chiesto alla mia amica se poteva vedere l’acqua del rubinetto per controllare che non ci fosse l’amianto - racconta Franca - Poi, l’uomo si è raccomandato subito di mettere tutto l’oro da una parte perché con il trattamento per togliere l’amianto si sarebbe potuto rovinare, corrodere o che, addirittura, avrebbe potuto prendere fuoco tutto. Ma la mia amica gli ha risposto che non aveva oro in casa. Così quel tipo si è diretto verso la mia abitazione. E mi ha chiesto le stesse cose. Io ho raccolto tutto quello che avevo sul letto: una collana di perle con una bella fermatura in oro, due “catenine”, di cui una anche di valore, tre o quattro anelli. Ho appoggiato tutto sul letto mentre il finto addetto faceva i lavori. Poi mi ha chiesto se avevo dei soldi, ma ero senza. Soltanto quando se n’è andato mi sono accorta che sul letto non c’erano più i miei oggetti preziosi. E non mi è rimasto che chiamare le forze dell’ordine. Mi sono rivolta ai carabinieri che sono venuti a casa mia e domani (oggi per chi legge, ndr) mi aspettano per l’elenco preciso della refurtiva. L’uomo che è entrato in casa mia si è qualificato come appartenente ad un’azienda, ma non mi ricordo quale. Ricordo molto bene però che aveva un cartellino attaccato al petto, una specie di berretto scuro. In più indossava una sorta di tuta o divisa, parlava bene italiano, ma con leggera inflessione dell’est. Nella disavventura sono stata anche fortunata: potevano darmi delle botte, oltre a rubarmi i gioielli».
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