Gazzetta di Modena

Modena

«Quei giorni sul confine diventerranno un libro»

di Gabriele Bassanetti
«Quei giorni sul confine diventerranno un libro»

Il fotografo formiginese Ottani per giorni tra i profughi fra Grecia e Macedonia «Esperienza intensa che racconterò in un volume insieme a Roberta Biagiarelli»

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FORMIGINE. Cinque giorni in mezzo ai profughi siriani, sul confine fra Grecia e Macedonia. Per capire, conoscere le storie, essere veri testimoni di un esodo epocale. «Che non si fermerà - spiegano Luigi Ottani, fotografo formiginese, e Roberta Biagiarelli, attrice teatrale, scrittrice marchigiana - la Siria è destinata a svuotarsi e queste persone continueranno ad arrivare». Persone «che mostrano una decisione e una compostezza che non ci aspettavamo». Il lavoro di Ottani e Biagarelli diventerà un libro fotografico con contributi scritti, «con l’obiettivo - spiegan - di far capire che non parliamo di situazioni limite, che stiamo assistendo alla storia che cambia, non a una crisi passeggera». Ottani ha al suo attivo numerosi reportage fotografici, pubblicazioni e mostre. Biagiarelli, attrice e scrittrice, ha realizzato diversi monologhi importanti: il più noto è “Srebrenica”, rappresentato anche nella nostra provincia. L’ultimo si chiama “Figlie dell’epoca”.Luigi e Roberta sono reduci da un’esperienza umana e professionale speciale, e sono testimoni dell’esodo che sta attraversando i Balcani. Erano inizialmente partiti con destinazione Sarajevo, quando hanno saputo della crisi umanitaria al confine greco-macedone hanno deciso di cambiare meta: «Volevamo vedere coi nostri occhi cosa significava questa pressione alle frontiere, quali erano i problemi. Ci siamo trovati dentro una situazione che mai ci saremmo aspettati - raccontano oggi - Al confine c’erano tremila persone, assiepate dietro il filo spinato, l'esercito e i carri armati a contenerle. Eppure si vedeva altro, un popolo in movimento e una situazione in continua evoluzione». Il paese è Gevgelija, la meta era la stazione, dalla quale partivano i treni organizzati dal governo macedone verso il confine con la Serbia, da cui i profughi, dotati di un foglio firmato e timbrato, venivano accolti e trasferiti nei campi organizzati di Belgrado. In questi giorni la stessa situazione vissuta al confine greco-macedone si sta replicando alla frontiera ungherese. Molte sono probabilmente le stesse persone che Luigi e Roberta hanno incontrato a Gevgelija, che proseguono il loro viaggio della speranza. «Circa il 50% dei profughi ha una meta, famiglie o amici da raggiungere in Europa. Gli altri sono solo partiti, lasciandosi alle spalle tutto perchè ormai nel loro paese di origine non c’è nulla». «A Gevgelija in realtà c’era un tentativo di contenimento e di organizzazione, la polizia non era minacciosa ma collaborativa, metteva acqua a disposizione, cercava di far fronte in modo ordinato a una massa di persone arrivata tutta in una volta. L’impressione è che ci siano taciti accordi per regolare il passaggio di questa gente da paese a paese. Un giorno dopo, dietro il filo spinato non c’era più nessuno, qualche varco era stato aperto, nessuno respingeva i migranti e la stazione li accoglieva e li metteva sui treni per la Serbia». «È ora di cambiare prospettiva. Le bombe colpiscono loro ma quelli più spaventati siamo noi europei che ci siamo auto-costruiti una situazione di assedio. Invece è la nuova condizione dell'umanità, sono movimenti che non cesseranno di avvenire. Dobbiamo voltare pagina verso una società che sappia accogliere e cambiare».

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