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Siulp: no ai rastrellamenti

Siulp: no ai rastrellamenti

Profughi pakistani da trasferire: «Si usino operatori socio sanitari, non poliziotti»

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Emergenza pakistani: c’è chi canta vittoria e brinda al lieto fine, c’è invece chi dice no ai “rastrellamenti”. Vediamo. Ancora qualche giorno, assicura la prefettura, e poi i 68 migranti che hanno chiesto asilo politico verranno portati a Bologna, al centro di prima accoglienza. Qui intraprenderanno, grazie all’accordo tra le prefetture di Modena e Bologna, il percorso che viene riservato ai profughi salvati in Mediterraneo. Niente più persone a dormire sulle tribune del Novi Sad o nei pressi del cimitero di San Cataldo, niente più file per un pasto e una doccia presso la sede di Porta Aperta. La questura, dicono ai piani alti, si sta organizzando per rintracciare, nei luoghi soliti di aggregazione, questi profughi pakistani e poi, una volta tutti fotosegnalati, saranno trasferiti un po’ alla volta. Tutto così semplice? No. Il Siulp dice no ai “rastrellamenti” e parla di un «improprio utilizzo di mezzi e forze di polizia per il “rastrellamento” sul territorio di profughi pakistani, ma anche di altre nazionalità, che nulla fanno se non sopravvivere alla meno peggio in strada cercando un posto dove mangiare e dormire».

«Si è deciso di trasferire - scrive il sindacato di polizia - i sedicenti profughi pakistani presso il centro di accoglienza di Bologna? Si faccia pure ma con gli operatori socio sanitari e gli automezzi adeguati, magari con il supporto, ma solo il supporto esterno delle forze di polizia, per la remota possibilità di intemperanze nei confronti dei suddetti operatori assistenziali. Non ci appare opportuno, anche perchè di “ventennale memoria”, utilizzare la polizia in operazioni di “rastrellamento” in città di persone di etnia o religione diversa che, fino a prova contraria, nulla hanno fatto se non chiedere aiuto. Se commetteranno un reato allora si dovrà intervenire, ma in relazione al fatto illecito e non anche del colore della pelle. Si invitano pertanto le autorità statali e locali a muoversi di conseguenza, nel rispetto delle funzioni delle diverse figure professionali da impiegarsi in tali attività». «Questo - sottolinea il Siulp - un problema sociale, umanitario e sanitario che esige risposte che non possono essere provvedimenti o atti di polizia. Sono altre figure istituzionali che dovrebbero approcciare e gestire questa umanità sofferente. Alcuni di questi sono anche ammalati e di salute cagionevole, tanto che proprio sui mezzi della polizia non ci dovrebbero salire, anche perchè non predisposti per tale scopo, soprattutto in caso di malattie infettive o comunque trasmissibili».

Stefano Totaro

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