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I parroci: accoglieremo i migranti superando gli steccati religiosi

di Carlo Gregori
I parroci: accoglieremo i migranti superando gli steccati religiosi

La Caritas è già impegnata sul progetto: «È indispensabile anche la disponibilità dei parrocchiani Tutto verrà attuato solo dopo l’arrivo del nuovo arcivescovo». In alcune comunità ci sono già ospiti

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Non ha colto impreparata la comunità modenese l’appello di papa Francesco ad ospitare in ogni parrocchia una famiglia di profughi. L’invito non cadrà nel vuoto ma anzi già ora si inserisce all’interno di uno sforzo collettivo che Caritas, parrocchie e anche Comune e Croce Blu stanno compiendo da più di un anno. E quando sarà il momento le parrocchie potranno accogliere nuovi profughi ma sempre tenendo conto delle reali possibilità e difficoltà. «Il progetto dell’anno scorso - spiega Federico Valenzano, coordinatore del Centro Ascolto Caritas di Modena, che vede passare ogni anno un gran numero di bisognosi e stranieri - riguardava l’ospitalità nel periodo invernale. Ora dovremo provare ad accogliere in tutte e quattro le stagioni dando a chi arriva dignità e un posto letto. L’invito del papa non ci coglie impreparati. Terremo riunioni per capire le disponibilità delle parrocchie. Si tenga conto però che tutto verrà attuato solo dopo l’arrivo del nuovo arcivescovo. In generale, però, siamo concordi nel recepire il messaggio del Santo Padre. In ogni caso, per arrivare ad accogliere profughi non serve solo la disponibilità in parrocchia ma anche il coinvolgimento dei parrocchiani».

Le reazioni dei parroci in città sono in generale positive, anche in base alla consolidata tradizione modenese di carità.

«D’accordo su tutto con il papa - commenta don Maurizio Trevisan di San Faustino - è necessario però un lavoro di regia che andrà affidato alla Caritas. I parrocchiani sono già disponibili. Solo ieri in quattro mi hanno fatto sapere di essere disponibili ad aiutare. Ad accogliere, per ora no. In parrocchia abbiamo due appartamenti già impegnati per famiglie straniere. Comunque ci impegneremo a aiutare anche chi arriverà».

Don Ivo Seghedoni, parroco di San Pio X, ad esempio, commenta telegraficamente mentre ascolta un modenese rimasta senza lavoro: «È sicuramente un invito che condivido e trovo meraviglioso. Ci attiveremo anche noi».

C’è chi è entusiasta ma invita anche a misurarsi con i problemi concreti, come don Luigi Biagini a Sant’Agnese: «È una cosa sicuramente molto buona anche se, a mio parere, l’attuazione non è facile. La Caritas potrà avere un importante ruolo di coordinamento».

Don Giampaolo Sambri è parroco di San Francesco, un punto del centro che raccoglie persone in gravi difficoltà economiche e disagiati: «È un’iniziativa molto bella - spiega don Giampaolo - che ci spinge tutti a un esame di coscienza per vedere fino a quale punto riusciamo ad allargare il nostro senso della carità, oltre quello che già si fa».

Un decano degli aiuti a profughi e stranieri è senza dubbio padre Romano Volpari, frate cappuccino e parroco a San Pancrazio: «Non c’era bisogno dell’approvazione del papa per aiutare i profughi. C’è tanta gente sola in casa che potrebbe accoglierli, sarebbe un rapporto umano nuovo che porterebbe a un miglioramento per tutti. Lo dico perché io stesso, come sanno tanti, ho ospitato un numero molto alto di stranieri con reciproco vantaggio perché ho sempre accettato di aiutarli a patto che si responsanbilizzassero. È importante che chi viene accolto, quale che sia il suo stato di difficoltà e la sua provenienza o religione, si inserisca nella casa di chi lo accoglie e contribuisca seguendo le regole».

Così, racconta padre Romano, è stato fatto quando il frate era in Cittadella e così anche dopo alla Madonna del Murazzo: «Non bisogna fare distinzioni religiose - spiega - perché non siamo migliori degli altri in quanto cristiani. Dobbiamo dimostrare a noi stessi e agli ospiti di essere cristiani migliori. Non è una differenza da poco e se ne accorgono anche gli islamici che ospito».

Un altro veterano dell’accoglienza è don Gregorio Colosio a San Pietro, il monaco benedettino che 40 anni fa aiutava i meridionali e ora, da 20 anni, aiuta tutti i nuovi arrivati dall’Est Europa. Spiega don Gregorio: «L’appello del papa è un invito a tornare al primo Cristianesimo a superare le barriere dell’egoismo. Mi ricorda i giorni lontani in cui arrivavano le prime donne dell’Est che diventavano badanti e qui, davanti a San Pietro, le accoglievo mentre si suonava la fisarmonica. Oggi non bisogna più distinguere la provenienza. Noi accoglieremo i profughi del Medio Oriente, si capisce. Qui in San Pietro, però, dovremo organizzarci perché sono in corso lavori di restauro interno e per ora non riusciamo a ricavare delle stanze per una famiglia, ma troveremo una soluzione. L’accoglienza richiede un minimo di logica. L’importante è non fare discriminazioni».

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