Gazzetta di Modena

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«Noi, siriani di Modena con il cuore spezzato»

di DIANA KASSEM
«Noi, siriani di Modena con il cuore spezzato»

Il dramma della guerra e dei profughi visto da chi vive in città tra ansia e paure «A nome di chi è fuggito da distruzione e bombardamenti dico: grazie Europa»

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Segue dalla prima

Ogni volta che squillava il telefono provavamo paura, paura di ricevere una qualche brutta notizia, anche di aprire Facebook e scorrere la pagina, perché lì venivamo ogni giorno pubblicate decine e a volte centinaia foto di martiri. Ci preoccupavamo per i miei cugini quando andavano a scuola, nei giorni possibili poi, poiché non sempre riuscivano ad uscire di casa.

Come ci sentiamo quando guardiamo le immagini delle macerie e della distruzione?Dei morti? Molte volte ci siamo sentiti deboli, con il cuore spezzato, incapaci di aiutare le persone in difficoltà. Allo stesso tempo ci siam sentiti orgogliosi di appartenere a un popolo così forte e coraggioso. Nei primi tre anni di guerra abbiamo provato un sentimento di rabbia verso il mondo intero, perché sono stati veramente pochi sia i paesi che le singole persone che si sono interessati a quello che stava accadendo. Per un pò di tempo c'è stato un "silenzio mondiale". Le notizie che venivano trasmesse nei telegiornali erano scarse e molte parzialmente vere. Parecchie persone mi chiedevano alla fine dell'estate se ero partita per la Siria.

La Siria, un paese non tanto distante dall'Italia,e che si affaccia al mar Mediterraneo, un paese speciale, culla della cultura. Tutti i nostri ricordi ma soprattutto quelli dei miei genitori sono stati distrutti . Io sono nata in Italia, vero, ma pure io ho moltissimi ricordi della Siria, ogni anno trasccorrevo tutta l'estate lì. L'ultima volta che son stata in questo bellissimo paese è stata nel 2009 e tre giorni prima del ritorno in Italia ho cominciato a sentire qualcosa,era un presentimento, non avrei più rivisto la Siria per molti anni o, come molti dicono, per sempre. La maggior parte dei nostri parenti hanno perso la propria casa e tutti i loro beni. Secondo l'Onu ai bambini più fortunati occorreranno almeno diciassette anni per ricostruirsi una vita. Questa è la più grande crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale.

Vi voglio parlare di mio nonno; lui e mia nonna sono dovuti scappare dalla Siria per mancanza di medicinali. Hanno perso la loro casa, il luogo in cui ogni estate ci ritrovavamo tutti, la casa che hanno costruito dopo tanti anni di sacrifici. Ogni giorno mio nonno mi chiama dicendomi che gli manca sua città, le strade, il suq (mercato) dove andava a passeggiare, pure l'aria che respirava. La maggior parte delle famiglie siriane sono costituite da almeno sette o otto membri; oggi come oggi non c'è una famiglia siriana che non abbia qualcuno trasferito, morto o disperso.

Gran parte delle persone hanno cercato di resistere per un anno o due sotto i bombardamenti, ma quando ho visto che non c'era nessun cambiamento e nessun intervento da parte di alcun stato hanno fatto le valigie.

Molti ci hanno chiesto tempo fa se avrebbero avuto speranza in Europa: non li abbiamo incoraggiati : come si può incoraggiare qualcuno ad affrontare una traversata nel Mediterraneo? Nel nord-europa sono giunti tantissimi siriani, i quali sperono di cominciare una vita nuova. E infatti a loro nome vorrei ringraziare tutta l'Europa,tutte le persone con cui ho parlato e che ora si trovano in Germania o in Svezia, sono rimaste colpite dall'immensa umanità e solidarietà con cui sono stati accolti. Moltissimi di loro si sono fermati in Italia e pure qui sono stati ospitati benissimo.

Un mio caro amico dalla Germania, qualche giorno fa mi disse , che ogni notte sogna di tornare in Siria, sogna di trovarsi nella propria casa. Sogniamo di tornare là, di camminare nelle strade senza paura, di sentire di nuovo il calore delle persone, di rivedere tutte quelle persone sparse per il mondo, di ricostruirla e farla tornare come prima. Sono stati quattro anni e mezzo veramente duri e disperati; ogni mattina ci alziamo con questa speranza, e perché la speranza è ultima a morire. Un grandissimo poeta di origine palestinese,Mahmoud Darwish, in uno dei suoi testi ci dice: " Qui, sui pendii delle colline, dinanzi al crepuscolo e alla legge del tempo, vicino ai giardini dalle ombre spezzate, facciamo come fanno i prigionieri, facciamo come fanno i disoccupati: coltiviamo la speranza.Un paese che si prepara all'alba".

Grazie Europa.

Diana Kassem

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