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Rapina in villa, la “bugia” dell’ex sindaco

di Daniele Montanari
Rapina in villa, la “bugia” dell’ex sindaco

Serra. In tribunale le fasi della violenta irruzione: l’intermediazione della vendita avrebbe fruttato un milione a Ralenti & C.

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SERRAMAZZONI. Udienza intensa quella di ieri al processo per la rapina choc che il 18 marzo 2014 segnò una famiglia di Serra e il paese intero per sua la violenza. Bottino vasi e gioielli di ingente valore, anche di epoca etrusca, per cui la polizia nel dicembre scorso arrestò tre persone: Salvatore Loreto, già condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, Aires Gilioli, geometra modenese incensurato considerato l’architetto del colpo, e Adriano Pasqual, legato in passato alla mala del Brenta, che ha scelto l’abbreviato. Ieri sono stati sentiti i testimoni del pm Pasquale Mazzei, a partire dall’imprenditore e dalla moglie che vissero il dramma.

L’uomo ha raccontato di aver fatto vedere in passato a Gilioli una collezione di gioielli etruschi per venderla, ma di aver poi rotto i rapporti con lui, che gli fece anche causa per una compravendita immobiliare, perdendola. I preziosi nei 2012 furono valutati 19.450.000 euro dal noto esperto milanese Armin Silbernagl, e nel tempo non trovarono compratori. Finché nel febbraio 2014 l’ex sindaco Luigi Ralenti non contattò la famiglia dicendo che poteva avere una persona per i gioielli. Ci fu stupore sul fatto che ne conoscesse l’esistenza, ma lui disse di averne sentito parlare da un avvocato di Milano.

Fu autorizzato a procedere dietro due garanzie: «Che fosse lui il contatto diretto - ha spiegato l’imprenditore - e che non ci fosse dietro Gilioli, con cui non volevo avere più rapporti».

Ralenti presentò quindi Salvatore Loreto, che disse di avere compratori svizzeri e fu fissato l’incontro decisivo per il 18: alle 14.30 si presentarono in casa Ralenti e Loreto, che a differenza di altre volte si accomodarono frontalmente all’ingresso. Poco dopo si presentarono alla porta tre uomini con pettorina della Finanza, che entrati diedero vita all’incubo: all’imprenditore fu puntata una pistola alla nuca intimando di consegnare il denaro che aveva in casa, e tutti vennero legati a terra, anche il figlio 16enne. E quando l’uomo non riuscì ad aprire la cassaforte, uno dei tre mise il silenziatore alla pistola e minacciò di sparare al ragazzo. Fu il terrore.

«Non dimenticherò mai il viso di mio figlio - ha detto la madre con la voce incrinata – abbiamo creduto di morire».

Finì che i tre, dall’accento veneto, se ne andarono con la valigetta di gioielli etruschi portati lì la mattina, più altri monili della moglie. Liberatosi dalle fascette, l’imprenditore incalzò Loreto, chiedendo spiegazioni su chi gli aveva portato in casa. Questi, sentendosi sospettato, andò su tutte le furie e ne nacque una discussione anche con Ralenti in cui venne fuori il nome di Gilioli. Lo stesso ex sindaco ha deposto in merito come teste ammettendo: «Ho mentito, non avevo saputo dei gioielli da un milanese ma da Gilioli, che mi aveva chiesto di fare da intermediario sapendo che lui sarebbe stato rifiutato».

Per l’intermediazione, avrebbe ricevuto un milione da dividere in tre con Loreto e Gilioli, nonostante non ne avesse mai fatte in passato sui gioielli, ma solo in ambito immobiliare. Liberatosi dopo una colluttazione con l’imprenditore, Loreto disse che avrebbe riportato i preziosi, e Ralenti che avrebbe chiesto chiarimenti a Gilioli, che negò ogni coinvolgimento. Mentre parte dei gioielli “moderni” sono stati recuperati dalla polizia, di quelli etruschi non si sa ancora nulla.

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