Gazzetta di Modena

Modena

Il nuovo vescovo di Modena Don Erio Castellucci

Porte aperte al pastore dei modenesi

di don Luca Balugani

 Don Erio o monsignor Castellucci? In fondo stiamo parlando della stessa persona. Fino a ieri si chiamava nel primo dei modi e, tempo qualche mese, si abituerà ad essere chiamato...

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Don Erio o monsignor Castellucci? In fondo stiamo parlando della stessa persona. Fino a ieri si chiamava nel primo dei modi e, tempo qualche mese, si abituerà ad essere chiamato nell'altro… Ma va detto, a scanso di presunti giovanilismi, che sono trent'anni che altro non è se non un "don".

Non approda alla nostra Diocesi traslocando da un altro Vescovado, ma da una canonica cittadina: non è mai stato monsignore, quindi in quale altro modo è stato mai chiamato? Non è allora un segno esibizionistico perché oggi va di moda sorprendere: il nostro Vescovo è affezionato al suo nome di Battesimo e, se è già difficile aggiungere il prefisso "don" al nome, figurarsi vederlo scomparire (perché di solito a monsignore segue il cognome).

Concediamogli questa piccola certezza, perché è un "giovane", in un episcopato italiano che, qualche anno fa, la stampa diceva avere un'età media di 67 anni.

Don Erio fino a ieri era solo un prete e non già vescovo: questo cambia moltissimo l'approccio ad una chiesa. L'ultimo da noi fu mons. Foresti, che però era stato, per un anno, ausiliare (vescovo di aiuto) di mons. Amici, prima di succedergli. Poi sono arrivati vescovi non di prima nomina, quindi con un'esperienza già maturata in un'altra città.

Il nostro nuovo Vescovo questa esperienza non l'ha e imparerà ad essere e a fare il vescovo con noi. Non lo sentiremo confondere il nome della nostra chiesa con quello della sua precedente, non farà paragoni su come aveva gestito situazioni analoghe nell'altra città, non farà riferimento a documenti scritti in precedenza per un altro contesto: quanto farà, da Vescovo, lo farà qui per la prima volta. E forse ha solo voglia di continuare a fare il pastore, come faceva nella sua parrocchia di Forlì o di riflettere sulla Chiesa di Gesù, come faceva prima ancora nel suo Ateneo a Bologna e poi nell'Istituto di Scienze Religiose.

Don Erio è alla sua prima esperienza, eppure è "Arci" (capo) di vescovi che in Emilia sono tutti più vecchi di lui. Se si presenta con gli occhiali da sole infilati tra i bottoni di una normale camicia da prete invece che con una veste talare (non tutti i lettori sapranno che esistono persino vesti sacerdotali firmate, ma è così), qualcosa vorrà comunicarci.

Durante l'estate è venuto in Diocesi più volte, cercando di conoscerla, non sottraendosi soprattutto all'incontro con le persone: più che visitare delle 'realtà', ha passato questi mesi ad incontrare uomini e donne di questa nostra Chiesa ed è un gesto importante. Tante volte è venuto in compagnia del papà di famiglia che, con i suoi congiunti, si trasferirà a Modena per coadiuvarlo nella vita quotidiana. Un'altra bella sorpresa, come quando mons. Cocchi non andò a vivere in Arcivescovado ma alla Casa del clero a Cognento, generando non poco sconcerto (Francesco all'epoca era ancora a Buenos Aires!).

Don Erio, benvenuto tra noi. Non spaventarti dei problemi che qualche "profeta di sventura" (così Giovanni XXIII chiamava certi uccelli del malaugurio) non avrà mancato di elencarti. Fin qui hai raccolto tanti attestati di stima . e si sa che quando la responsabilità è grande arrivano anche molte bordate. Ma è impossibile guardarti con occhio maligno, a meno di non essere persone alle quali non va mai bene nulla e che trovano sempre pagliuzze negli occhi altrui: questi ci saranno sempre.

Troverai però anche molte porte aperte, siano esse di sagrestie o di luoghi pubblici o di abitazioni private. E se ti tireranno sassi, non perdere tempo a raccoglierli (come disse il morente Giovanni XXIII al suo amato segretario): mantieniti saldo nel tuo cammino e fidati di quel Gesù che ami e che non mancherà di soccorrerti nelle parole e nei gesti di tanti.

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