Gazzetta di Modena

Modena

Il nuovo vescovo di Modena Don Erio Castellucci

Un tifo da stadio per don Erio «Stiamo uniti»

di Davide Berti
Un tifo da stadio per don Erio «Stiamo uniti»

Quasi seimila persone al PalaFiera di Forlì «Grazie, il vostro affetto mi dà gioia e forza»

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Fa caldo sugli spalti delle gradinate del PalaFiera. Un bambino apre le finestre della classica piccionaia, scosta le tende e un fascio di luce naturale illumina il parterre proprio nel momento dell’abbraccio tra monsignor Lino Pizzi, vescovo di Forlì, e don Erio Castellucci, proprio da quel momento nuovo vescovo di Modena, il 101esimo della storia della nostra Diocesi.

Sono le 17.45, seguono tre minuti di lunghi applausi, che si fanno ancora più fragorosi quando davanti all’altare, dopo l’abbraccio a tutti i vescovi concelebranti, rimane solo monsignor Castellucci. Particolarmente sentito il saluto con lo stesso Pizzi e con l’altro vescovo modenese, don Enrico Solmi, suo compagno di studi a Roma. Tutto sotto gli occhi del cardinale di Bologna Carlo Caffarra.

Emozionato ma sorridente, felice come gli ha augurato di essere proprio monsignor Pizzi nel corso dell’omelia, da oggi la nuova vita del vescovo Erio Castellucci sarà a Modena, che lo accoglierà con una giornata ricca di impegni, pronti a culminare con la cerimonia di ingresso alle 17 in cattedrale.

Ma prima don Erio doveva diventare vescovo, nella sua Forlì, quella che scherzosamente anche ieri ha detto di non volerlo lasciare andare.

Una cerimonia non usuale per una piccola Diocesi, in uno scenario ancor meno solito, come quello di un palazzo dello sport. Ma sarà stato l’attaccamento dimostrato dalla comunità, sarà stata la perfetta macchina organizzativa della diocesi romagnola, ieri anche il PalaFiera sembrava stato scelto apposta, non solo per ragioni di spazio, per ospitare le oltre cinquemila persone presenti.

Un vescovo vicino alla gente, e così ha cominciato ad essere anche ieri. Cerimoniale finale stravolto da applausi e lacrime durante la sua benedizione tra la folla, sotto ogni angolo del palazzo. L’ovazione più fragorosa sotto la curva degli scout, con tanto di sventolio di fazzoletti, una vera e propria panolada da far invidia agli stadi spagnoli.

Trascinato dagli abbracci, procede con passo spedito per un “giro di campo” dando diversi metri di distacco ai vescovi che lo seguivano. Ecco, insomma, perché il palazzo dello sport è stato perfetto per presentare la personalità del vescovo Erio, e non monsignore o eccellenza come non vuole farsi chiamare.

La passione di don Erio la spiega bene Pizzi nella sua omelia. Il vescovo modenese della diocesi di Forlì Bertinoro ha ringraziato Papa Francesco per il dono fatto ala Chiesa di Modena-Nonantola, «mia amata diocesi di origine e dove tutti ti aspettano con gioia». Poi Pizzi ha proseguito commosso: «Ma nello stesso tempo a Forlì siamo rammaricati perché perdiamo uno dei sacerdoti migliori, un degno ministro, un buon pastore».

E scherzando ha incalzato i modenesi «a lasciarlo tornare qualche volta anche alla Chiesa che l'ha generato per svolgere ancora il suo prezioso ministero pastorale». Pizzi ha spiegato: «Ringrazio anche don Erio che ha accettato il dono dello spirito Santo e la grande responsabilità, perché non si sentiva all'altezza. Ma se il Signore ti ha dato il dono dell'episcopato, il Signore ti darà anche il dono della grazia per esercitarlo per tutto il Popolo di Dio. Essere vescovo non è un onore, ma un servizio al Signore, al Vangelo, alla carità e ai fratelli».

A don Erio il compito di chiudere la cerimonia. Ringrazia. E subito un’immagine a lui cara: «I sentimenti che il Vangelo di Matteo attribuisce alle donne il mattino di Pasqua - “timore e gioia grande” (Mt 28,8) - sono gli stessi che ho provato in questi mesi. Timore, che nei primi giorni dopo la nomina era smarrimento, tristezza per il distacco, senso di inadeguatezza per un ministero così lontano dai miei desideri e dalle mie capacità. Gioia, divenuta più concreta con l'emergere di affetti anche sopiti, di attestati di stima e dei tanti volti che, dalla diocesi di Modena-Nonantola, danno consistenza al mio nuovo servizio».

Poi don Erio torna col suo passo spedito, meno curiale: «Chi mi conosce da tempo, non faticherà a credere che oggi, piuttosto che con l'anello, la mitra e il pastorale, mi sentirei meglio a mio agio con il caschetto, la piccozza e un paio di ramponi. Adesso però la Chiesa mi manda a compiere questa escursione. È importante, come nel ghiacciaio, la corda: non procedere mai in solitaria, ma legati, con passo unito e costante, in modo da affrontare il freddo, i crepacci e la stanchezza. Spero che rimaniamo uniti nella stessa cordata e continuiamo a camminare insieme».

Con lui, insomma, parroco felice che da oggi sarà un vescovo felice per la Chiesa di Modena.

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