Don Erio conquista il cuore dei modenesi
Quasi tremila persone per la cerimonia di ingresso di monsignor Castellucci: «Non sono un’eccellenza. Una società che si chiude a riccio finisce soffocata»
Partiamo dalla fine, quando decine di sacerdoti, vescovi e ministri, sono rimasti fermi nella navata centrale del Duomo per almeno cinque minuti ad attendere il ritorno del vescovo Erio Castellucci. Prima di lasciare la cattedrale ha voluto rendere omaggio alle centinaia di persone che hanno seguito la cerimonia dal grande schermo di piazza Grande, e non lo lasciavano più tornare: strette di mano, lacrime, selfie, in perfetto stile don Erio. Perché il suo primo merito è proprio questo: avere già dato l’impronta, la faccia, l’atteggiamento.
E così cerimoniale stravolto tra gli applausi e i sorrisi di tutti. Ieri, nella cerimonia di ingresso del nuovo arcivescovo di Modena-Nonantola, centounesimo pastore della diocesi, i modenesi hanno già capito di avere di fronte una persona che vale. E lo stesso vescovo, nella sua prima omelia in Duomo, ha avvertito questa attesa: «In questi mesi ho avvertito un affetto immenso da parte vostra, espresso anche attraverso lettere, telefonate e messaggi. So che avete molte attese; non aspettatevi però troppo da me. Se il paragone non suonasse ardito e irriverente, direi che l'unica risposta per me possibile alle vostre attese è quella di Gesù nel Vangelo di oggi. Non arrivo a profetizzare, come lui, che dovrò soffrire molto, essere rifiutato e persino venire ucciso - anche perché non saprei risorgere al terzo giorno - ma mi spingo a dire che insieme, come Chiesa di Modena-Nonantola, dovremo continuare a imboccare le strade che ci conducono ad affidarci di più ai progetti di Dio e aggrapparci di meno ai nostri piccoli disegni. Da parte mia non garantisco dunque di risolvere i problemi, anzi - come mi ha detto un amico vescovo - sarebbe già molto se non ne creassi degli altri; assicuro però che, con l'aiuto dei nostri Santi ufficiali e domestici, ce la metterò tutta per affrontarli insieme a voi».
Qualcuno, davanti al sagrato del Duomo, con una battuta ha inquadrato il sentimento di una città che ieri, nonostante la pioggia battente fino a poco prima della cerimonia, non è voluta mancare all’abbraccio di benvenuto: «Altrochè effetto Francesco - riferendosi al clima positivamente contagioso instaurato dal Papa in questi primi anni di pontificato - questo è l’effetto Erio».
Avventato? Sarà, ma Modena ha dato la sua risposta, mettendo al primo posto l’entusiasmo. Entusiasmo ricambiato in uno stile, appunto, che riesce a comunicare con efficacia. Non stona, mai, nemmeno quando si vede ad occhio nudo che i paramenti vescovili gli sono un po’ di impiccio. Accanto a lui, per tutta la celebrazione, il cerimoniere diocesano don Luigi Biagini lo ha più volte “aggiustato” tra pallio, mitra e pastorale.
Scherzava, ma non troppo, quando anche durante l’omelia ha rimarcato che cosa sia per lui l’eccellenza: «Solo Dio conosce il numero dei santi, sia di quelli domestici e nascosti, sia di quelli noti e riconosciuti. Sono loro le vere “eccellenze” della Chiesa. Il livello di eccellenza per noi cristiani si misura sulla concreta fedeltà al Vangelo, sulla fede che si trasforma nelle opere. Per questo non vorrei per me, se possibile, la qualifica di eccellenza e preferirei essere chiamato per nome. Siamo tutti in cammino verso la santità e il giudizio sul livello di eccellenza che raggiungeremo lo darà il Signore alla fine, se ci saremo affidati e non aggrappati, se avremo amato e non cercato il nostro tornaconto».
La celebrazione era iniziata con la consegna del pallio da parte del nunzio apostolico, monsignor Adriano Bernardini che lo ha invitato a «saper conservare, vescovo Erio, la comunione nella tua Chiesa e con la Chiesa di Roma. Papa Francesco è un grande dono di Dio alla Chiesa, la sua missione è conservare nell'amore tutti i battezzati: chiedo a tutti di pregare per lui. Sarà grande quel pastore che non avrà paura di caricare su di sé la miseria altrui». Ha poi preso la parola l’amministratore diocesano monsignor Giacomo Morandi, che ha donato al vescovo Castellucci la croce pettorale: «Faremo di tutto perché tu possa essere qui con noi un vescovo felice, di quella gioia che scaturisce dalla conformazione in Cristo».
Gli applausi partono prima dalla piazza, risuonano all’interno e anche l’assemblea della cattedrale si scioglie. Alle 17.28 l’annuncio: «L’arcivescovo Erio Castellucci è pastore della santa Chiesa di Dio che è in Modena Nonantola».
Nelle sue prime parole parte da Pietro, ricorda la santità quotidiana che si racchiude nelle famiglie, ha una parola per tutti, da Cocchi a Lanfranchi, a chi gli è stato vicino, come i vescovi Lino Pizzi e Giuseppe Verucchi. E rilancia quello che è stato il tema della sua lunga giornata modenese tra migranti, poveri, ammalati: «Una società che si chiude a riccio su se stessa ha già firmato la propria condanna a morte, è come uno che si chiude in una stanza senza porte e finestre e, per conservare se stesso, finisce per morire soffocato. Una civiltà - ha detto ancora Castellucci - è viva, grande e cresce quando - nell'assoluto rispetto della legalità e nell'impegno per una integrazione rispettosa dei propri valori, per noi sanciti dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato - rimane aperta alle diversità, si lascia provocare, si mette in dialogo, assume un atteggiamento educativo e non punitivo».
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