«Tutele crescenti? È solo uno slogan»
Nel dibattito sulla riforma del lavoro da parte degli industriali Gradellini ribadisce: «Non ci divertiamo a licenziare»
«La formula “contratto a tutele crescenti” viene usata come slogan. Perché la nuova normativa non contiene né un nuovo contratto, né tutele crescenti». A parlare è il giudice del lavoro Carla Ponterio, consigliere presso la Corte d'Appello di Bologna, sezione lavoro, nell'auditorium Giorgio Fini di Confindustria Modena. Gli industriali modenesi l'hanno ospitata per parlare del Jobs Act, di come cambia lo scivoloso terreno dei licenziamenti con la nuova normativa. Ha le idee chiare la Ponterio, quando parlando del Jobs Act utilizza il termine anomalia.
«I nuovi assunti – dice Ponterio – dal 7 marzo 2015 non vengono assunti con una nuova tipologia contrattuale, si tratta del “vecchio” contratto a tempo indeterminato. Quello che il legislatore ha modificato è la disciplina del licenziemento e non l'articolo 18 che continuerà ad applicarsi agli assunti prima del 7 marzo 2015. Una volta fuoriusciti questi lavoratori l'articolo 18 morirà di morte naturale». Dal 7 marzo 2015, infatti, ai datori di lavoro è data la possibilità di assumere con la nuova legge, il Jobs Act, che di fatto – conferma la stessa Ponterio – introduce una disparità di trattamento tra vecchi e nuovi assunti. Mentre con l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori la reintegra del lavoratore nel luogo di lavoro in caso di licenziamento per motivi economici era la regola e l'indennizzo l'eccezione, con il Jobs Act la regola è diventata la tutela indennitaria (salvo che per i lcenziamenti nulli e discriminatori), pari a due mensilità per ogni anno di servizio. «Non si può parlare – aggiunge Ponterio – di tutele crescenti. E questa è la seconda anomalia. L'indennizzo aumento se aumenta l'anzianità. A questo punto il giudice non serve a nulla perchè basta fare un calcolo matematico per definire l'indennizzo. Con il decreto legislativo del 2015, dunque, il legislatore volta pagina». La pagina cambia e la discrezionalità del datore di lavoro sembra aumentare.
«Il datore di lavoro – prosegue Ponterio – può ad esempio, di fronte ad una condotta meno grave del lavoratore intimare il licenziamento, e qualora si rivelasse illegittimo dovrà pagare solo un indennizzo, la cui valutazione di proporzionalità non sarà rimessa al giudice. Con due lavoratori che commettono la stessa mancanza, il datore di lavoro può scegliere se applicare la nuova legge a uno solo o entrambi i lavoratori. Qualche profilo di irrazionalità la giurisprudenza e la dottrina lo evidenziano».
Ma su questo punto Simone Gradellini, responsabile delle relazioni industriali in Confindustria Modena, che ha condotto il dibattito, ha voluto precisare: «È difficile che un lavoratore venga lasciato a casa senza motivo, non ci divertiamo a licenziare. E quando accade di licenziare, sicuramente dietro non c'è un intento persecutorio». E non è morbido Gradellini quando parla di battaglie di retroguardia da parte di quelli che lui chiama gli “anti-7 marzo”. Il riferimento è chiaro, è alla Fiom/Cgil di Modena che ha consegnato a centinaia di imprese modenesi lettere di diffida dall'applicare il Jobs Act, invitando ad aprire un confronto. «Siamo imbarazzati – dice Gradellini – è bizzarro che vengano minacciati scioperi perché applichiamo la legge. I nostri organi prenderanno presto una posizione ufficiale, che valuteremo anche con le altre associazioni territoriali. Sarebbe impensabile che Modena adotti un comportamento diverso rispetto ad altri, diventando una terra di confine dove nessuno vuole venire a fare impresa».
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