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«Gardenia, debiti pesanti ma vogliamo ripartire»

«Gardenia, debiti pesanti ma vogliamo ripartire»

«Abbiamo tre obiettivi: riaprire entro il 4 ottobre, partecipare al Cersaie e pagare gli stipendi bloccati dal concordato». Ieri momenti di tensione

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I termini per il pagamento dello stipendio sono scaduti e i soldi in cassa non ci sono. La fabbrica è ferma, il personale in cassa integrazione ma solo fino al 4 ottobre. È a un passo dal dramma, per ammissione degli stessi dirigenti, la situazione della Gardenia Orchidea, storica azienda ceramica fioranese colpita da una gravissima crisi di liquidità.

Ieri mattina, dopo avere capito che lo stipendio non sarebbe arrivato, i 280 lavoratori dell'azienda si sono schierati fuori dai cancelli a presidiare e protestare per tutta la giornata, impedendo ai mezzi di entrare dai cancelli.

Un'auto che cercava di forzare il blocco ha anche urtato un lavoratore. In un crescendo di proteste, prima alcuni delegati sindacali sono entrati a parlare con la dirigenza poi, vedendo che la situazione non si sbloccava, sono usciti il presidente Giuseppe Ferrari e il direttore del personale Vincenzo Savastano, che a fatica hanno cercato di confrontarsi con la gente, spaventata e preoccupata per la mancanza di salario. «Non siamo stati coinvolti in alcun modo – lamentavano alcuni lavoratori – abbiamo fatto di tutto per quest'azienda, lavorato di domenica, accettato allungamenti di orario per cercare di sostenerla e da un giorno all'altro abbiamo trovato l'attività ferma e lo stipendio non pagato. Dalla proprietà non è mai arrivato un segnale, meritiamo rispetto, ci sono persone che hanno dato una gran parte della loro vita alla Gardenia Orchidea».

Il confronto con la proprietà è arrivato in modo non programmato, sul piazzale davanti all'ingresso, proprio mentre veniva confermata l'attivazione del concordato preventivo per la Gardenia, con la nomina del pre-commissario giudiziale. Questo da un lato consente di programmare un tentativo di salvataggio, dall'altro blocca ogni pagamento pregresso, da sottoporre all'assenso del tribunale (stipendio compreso). Savastano e Ferrari non hanno nascosto la drammaticità della situazione.

«Dal 7 settembre siamo in regime di concordato, confermato oggi – hanno spiegato – e questo significa che la situazione pregressa è congelata. Da oggi in poi dobbiamo recuperare liquidi per pagare creditori importanti: fra i fornitori la Marazzi e la Sacmi, per l'energia Eni. Sono debiti consistenti, che possono bloccare la nostra attività. Ci siamo dati tre obiettivi a breve: fare ripartire l'attività prima del 4 ottobre, scadenza della cassa integrazione; partecipare al Cersaie, sarebbe il segnale che siamo ancora vivi; mettere insieme le risorse per pagare gli stipendi di settembre. Si procede alla giornata e c'è bisogno di farlo assieme, dirigenza e lavoratori. Bisogna rientrare in fabbrica prima possibile e ripartire. I blocchi di oggi significano almeno 200mila euro di fatturato che vengono a mancare. Ora dobbiamo ripartire e non siamo sicuri che basterà, la situazione si evolve di ora in ora, non possiamo dare garanzie».

I lavoratori sono comunque sembrati disponibili: «Quello che volevamo - hanno detto - era sapere queste cose prima, mentre dalla dirigenza non è mai arrivata informazione».

Si è concordato, d'ora in poi, di tenere assemblee sindacali e aziendali congiunte, con la presenza delle Rsu e della dirigenza. Per quanto riguarda lo stipendio del mese di agosto, ormai congelato all'interno del concordato, la proposta da vagliare è che la proprietà anticipi i fondi con risorse proprie e attenda di rientrarne in possesso con il progetto di rimborsi elaborato dal tribunale. Ma anche questa al momento è soltanto un'ipotesi.

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