I contrasti di Kiefer tra carattere e arte
Il curatore commenta uno dei pezzi attesi: «L’inadeguatezza della persona non rovina il suo sapere»
Richard Milazzo descrive in catalogo Anselm Kiefer – tedesco, nato nel 1945, tra i più grandi artisti del mondo con esposizioni al Guggenheim di Bilbao e al Louvre – come una persona sgradevole: «La sua arroganza e immodestia, le sue affettazioni e finzioni di erudizione erano così scoraggianti... Non dovevo permettere alla inadeguatezza della persona di neutralizzare la bellezza, il potere e anche la delicatezza di quello che ha saputo fare, a causa di quello che ha detto su se stesso o sul suo lavoro».
Nonostante la sua opinione il curatore ha fatto di “Raumschiff” del 2004, una delle opere capitali in mostra al Mata e in effetti la sua visione è catalizzante. Come molti lavori di Kiefer, anche grazie alle imponenti dimensioni del dipinto che esce nella terza dimensione, attrae fin prima di conoscerne e appurarne i contenuti. Milazzo fa di questo lavoro artistico un paragone con la canzone “Where have all the flowers gone?” Del 1955 di Peter Seeger, desunta a sua volta da un canto popolare polacco. «La canzone di Seeger – spiega Milazzo – cattura lo spirito di molti quadri di Kiefer» fungendo da madeleine proustiana per l'autore italo-americano. «Nel quadro di Kiefer – contina – quello che immediatamente mi suggerì la versione astratta della portaerei e gli aeroplani intorno metaforicamente abbandonati nel profondo spazio cosmico, era il cimitero che il fondale marino doveva esser diventato. Se svuotassimo l'oceano di tutta l'acqua, credo che troveremmo un travolgente cimitero cimitero di dimensioni cosmiche pieno degli scheletri arrugginiti di navi e aerei e altri resti delle guerre che abbiamo combattuto, soprattutto della seconda guerra mondiale».
A fianco di modellini di aerei e navi il pittore allestisce come “sfondo” una costellazione di stelle con a fianco numeri e cifre alternate a macchie di pittura. Forse siamo davanti a un richiamo ai tanti soldati e civili morti durante le guerre, quasi una riproduzione di cimiteri delle vittime insieme ad alcuni tratti bianchi legati a segni cosmologici o zodiacali. «Questi nomi, numeri e segni bianchi – continua Milazzo nel suo testo in catalogo Panini – non solo mimano i numeri astronomici di uomini e donne che sono morti per l'irragionevolezza della guerra; contro questo campo di piombo, cenere e tizzoni ancora accesi... questi lunghi, estrapolati numeri e nomi, bianchi fantasmatici e misteriosi, suggeriscono i numeri tatuati sulla carne dagli ebrei nei campi di sterminio nazisti». (s.l.)
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