Oltraggio alla Kyenge: Calderoli salvato dal Pd
Il Senato: procedere per semplice diffamazione, non istigò all’odio razziale L’ex ministro replica: «Un segnale devastante. Ricorrerò alla Corte europea»
A due anni abbondanti dai fatti, avvenuti 13 luglio 2013, il leghista Roberto Calderoli schiva il processo grazie a una accusa di diffamazione semplice per aver detto che Cécile Kyenge, l’oculista modenese allora deputata Pd e ministero per l’integrazione aveva «le sembianze di un orango». Con i voti del Pd, l'Aula del Senato ha di fatto “salvato” il leghista Calderoli dal processo per diffamazione contro la Kyenge che era ormai cominciato nonostante non fosse ancora arrivata una risposta da Palazzo Madama alla richiesta di autorizzazione a procedere. Tutto, spiegano i tecnici dell'opposizione, dipenderebbe dal fatto che l'Aula avrebbe votato per parti separate il reato e l'aggravante. Secondo la legge attualmente in vigore, infatti, non essendoci stata una querela diretta (Calderoli è stato querelato non direttamente dalla Kyenge, ma da una parte terza) il procedimento penale si reggeva grazie all'aggravante dell'istigazione all'odio razziale. Conclusione: Calderoli non andrà davanti a un giudice. L’aspetto più sconcertante che emerge dal voto è che una simile definizione oltraggiosa riferita a una donna di origini africane non istiga quindi alla discriminazione e all’odio razziale, secondo i parlamentari che hanno affrontato il caso, compresi molti dello stesso partito della Kyenge - il Pd - che hanno aiutato Calderoli.
La stessa Cécile Kyenge, oggi europarlamentare, ha commentato con amarezza su Twitter : «Triste. Io vado avanti». E poco dopo la Kyenge ha spiegato meglio: «La decisione del Senato getta un'ombra pesante sulla lotta al razzismo, proprio in un momento durante il quale populismo e xenofobia crescono per la emergenza profughi. Il mio perdono a Calderoli l'ho dato, ma non si tratta più di un fatto personale. Ora è una questione di principio: il messaggio che arriva dalle istituzioni ai nostri ragazzi e giovani è devastante».
In serata è arrivata la piena solidarietà da Davide Baruffi, parlamentare Pd (quindi non ha votato). E la senatrice Pd Maria Cecilia Guerra ha fatto sapere con un post intitolato “Cécile, io sto con te” di aver votato contro questa soluzione: «Un voto pasticciato, un escamotage che legittima l'idea che questo tipo di affermazioni possano essere fatte, perché strettamente collegate alla attività svolta in parlamento da Calderoli».
Nel dettaglio, per ottenere il via libera del Senato alla autorizzazione a procedere contro Roberto Calderoli per diffamazione nei confronti dell'ex ministro Kyenge, i sì sono stati 126, i no 116 no, 10 gli astenuti. L'Aula ha invece respinto la richiesta per quanto riguarda l'accusa di istigazione all'odio razziale. I voti contro l'autorizzazione a procedere per istigazione all'odio razziale sono stati 196, 45 i voti a favore e 12 astensioni. I voti invece a favore dell'autorizzazione a procedere per diffamazione contro Calderoli sono stati 126, 116 i no, 10 gli astenuti.
«Attraverso la comparazione tra una donna di origine africana e un orango si attua una vera e propria procedura di degradazione della persona e della sua identità». Ed è per questo che, spiega il senatore del Pd Luigi Manconi, lui ha votato contro l'insindacabilità delle parole di calderoli.
Infine, il commento dello stesso Roberto Calderoli dopo la decisione: «Purtroppo, e vi dico che subito dopo mi sarei tagliato la lingua, nel corso di un comizio sbagliando ho proferito una battutaccia estremamente infelice, che solo dopo ho compreso poter essere offensiva, ma vi giuro sul mio onore che in quel momento la mia volontà era solo quella di fare una battuta».
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