Gazzetta di Modena

Modena

Viaggio di rivelazioni tra i grandi maestri del nostro tempo

di Michele Fuoco
Viaggio di rivelazioni tra i grandi maestri del nostro tempo

Tre sculture dei transavanguardisti collocate sul piazzale della Manifattura. All’interno anche pitture e fotografie

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Giganteggia, con i suoi quattro metri di altezza e lunghezza il “cavallo” di Mimmo Paladino, fatto dello stesso rosso terracotta dei tetti di Modena. Un basamento di tre metri, nei pressi della ciminiera, lo sostiene e lo rende imperante nella piazzetta del Mata. L’opera è dedicata a Modena e lo si coglie nella trivella, simbolo della nostra città, che è collocata in una nicchia laterale. La presenza di una testa nell'altra nicchia vuole evidenziare la dimensione mentale che l'artista campano della transavanguardia ha conferito alla scultura. «Il cavallo - dice il curatore della mostra Richard Milazzo - è simbolo della trasformazione, con richiami alla storia. Collocato fuori dalla spazio espositivo può richiamare De Chirico con i suoi quadri della Piazza d'Italia».

All'esterno, nei pressi dell'entrata, la fontana di Enzo Cucchi e la statua di Sandro Chia. “Idolo della voglia” è il titolo della fontana in bronzo che Cucchi ha concepito come una immensa dea della terra, rappresentata come figura femminile sdraiata sulla schiena che sembra partorire il mondo. “Solitario” nella configurazione di San Sebastiano, trafitto nel fianco, si presenta l'opera in bronzo di Chia, con rimandi all'arte greca e romana e, nella testa, a strutture surreali. Di Chia è esposto anche un quadro con personaggi impegnati in una “Discussione sull'arte e la pittura”.

Fermata d'obbligo con Milazzo davanti al grande quadro, in tecnica mista e elementi di scultura led, del tedesco Anselm Kiefer che suggerisce la visione di una portaerei e di aerei, di luoghi indicati da scritte. «È la consapevolezza del senso di colpa della seconda guerra mondiale. E quest'opera si rapporta - sostiene il curatore - ad una molto piccola “The jewsh” per indicare, anche nella dimensione del quadretto, la condizione degli ebrei. Di fianco “Black soap” di Basquiat, cioè “saponetta nera” che ricorda la segregazione razziale. Ora in America c'è un presidente nero (Obana), speriamo che la prossima volta sia una donna». Al motivo tragico della guerra hanno riferimento pure “Ich bin Jude” e “Black and blue” di William Anastasi, un paesaggio dalle tinte fosche, riferito ai dintorni di Auschiwitz, di Robert Longo. Diventa denuncia sociale l'installazione di due lampadine che si sfiorano di Felix Gonzales-Torres, il cubano emigrato a New York, dove nel 1996 è morto di aids.

Impossibile richiamare tutte le 90 opere dei 48 artisti. Da segnalare i lavori, in uno spazio particolare di Gino De Dominicis, morto a 51 anni a Roma, tra cui il misterioso “Ritratto di Alessandra” che è diventato il simbolo della mostra, “L'artista della pittura genio del bene e del male... e una terracotta quasi informale; di Alex Katz con quattro figure di perfezionata connotazione pop; i variopinti fiori dell'americano Jeff Koons; le estrazioni geometriche di Peter Halley, le immagini fotografiche di Gregory Crewdson e Andres Serrano di New York, le 12 fotografie del concettuale modenese Franco Vaccari, riferite al “Viaggio all'albergo diurno Cobianchi di Milano”, nel 1971. Operazione mentale è anche “La primavera dell'anno 1990”, arazzo di Alighiero Boetti. Si fanno ammirare per la qualità pittorica Mario Schifano, Nicola De Maria, il giapponese Murakami, Schnabel. In mostra ci sono opere di Baecler, Benvenuto, Bleckner, Jake and Dinos Chapman, Clemente, Gursky, Fischer, Lawler, Lemieux, McCollum, Morley, Muniz, Neshat, Ontani, Prince, Ruff, Salle, Salvo, Sherman, Smith, Steinbach, Taafe, Tillmans, Webster, Chen Zhen.

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