Gazzetta di Modena

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Festival Filosofia 2015

Michelin Borsari. "Il segreto del festival? Puntare sulle Piazze"

di Stefano Luppi
Michelin Borsari. "Il segreto del festival? Puntare sulle Piazze"

«Il festival ha reso popolare la cultura: è una questione importante perché dal 'basso' ci siamo riappropriati della filosofia».

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MODENA. «Il festival ha reso popolare la cultura: è una questione importante perché dal 'basso' ci siamo riappropriati della filosofia». È affaticata Michelina Borsari, direttore scientifico da quindici anni del Festival Filosofia, ma come sempre è lì, nel suo ufficio a Palazzo dei Musei, sommersa dai libri e con il telefono che suona continuamente. Ci sono da organizzare gli ultimi particolari della manifestazione di Modena, Carpi e Sassuolo che parte oggi.

Borsari siete pronti?

«Sì certo, il festival, quest'anno dedicato a 'ereditare', segue ormai un format ben preciso. Il cuore sono ovviamente le lezioni magistrali. Negli ultimi sette anni abbiamo inoltre aggiunto le lezioni dei classici: 8-10 libri di riferimento sull'argomento. Il tema che scegliamo, rischiando non poco, un anno prima, è sempre un argomento 'caldo' che deve essere sottoposto al pensiero e alla sua illustrazione attraverso le arti. Il programma creativo, dunque, è altrettanto importante di quello filosofico perché gli artisti attraverso il codice visivo, musicale o drammaturgico prendono posizione sulle questioni del proprio tempo. Da tutto ciò esce il prisma di iniziative che proponiamo».

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Vi confrontate anche con il territorio immagino.

«Già, del resto alle nostre spalle ci sono sette soci tra comuni e importanti enti privati: a parte le lezioni nelle piazze il resto è negoziato con il territorio. Noi fungiamo da selezionatore di qualità. Inoltre, dopo 15 anni, penso che si possa dire che abbiamo fatto delle buone pratiche del territorio facendo crescere le istituzioni e associazioni che qui operano».

Faccia uno sforzo e pensi a come sono andati questi primi quindici anni del festival.

«Ricordo con molta emozione la prima edizione, visto che allora c'era solo il festivaletteratura di Mantova, caratterizzato da un format letterario di carattere anglosassone che non replicabile in filosofia. Proponemmo una innovazione totale: fu un periodo effervescente e ricordo che ci alzavamo all'alba per lavorare. Nel 2004 accedemmo a piazza Grande, un'altra bella emozione con Remo Bodei: quel luogo allora era un po' abbandonata a se stesso. Proponemmo anche lì una parola non urlata, con tanta attenzione allo spazio pubblico e alla riflessione. Abbiamo poi iniziato a utilizzare spazi dismessi in città, entrammo nella ex manifattura già nel 2006».

Poi il 2009, anno del divorzio dalla Fondazione S. Carlo.

«E' stato un divorzio anche se ricordo che il festival uscì dalla San Carlo, ma non la San Carlo dal festival visto che l'ente è uno dei nostri soci. La nascita, in quella occasione, del consorzio ha segnato un punto di crescita formidabile per la manifestazione: oggi siamo una istituzione culturale vera e forte. Siamo la prima istituzione culturale di area vasta. Del resto il primo ideatore del festival, Mario Lugli, all'epoca era assessore alla cultura in Provincia quindi con un occhio più allargato. Il consorzio ha bilanci depositati e trasparenti».

Altri momenti significativi?

«Senz'altro quando abbiamo sfondato le 200mila presenze nel 2012, con la crisi che già mordeva nelle tasche, ma la gente continua a crescere e la media di notti dormite qui è mediamente 2,4».

La formula festival ancora funziona?

«Certamente, è stato un lavoro lento che ha inciso anche nel comparto editoriale con la nascita di una saggistica popolare che non c'era. Inoltre abbiamo ospitato nel tempo colleghi che oggi organizzano festival in giro per l'Italia. Ma quanta fatica: nel 2006 ci furono 3 giorni e 3 notti di pioggia battente e dovemmo dotarci delle nuove tecnologie e dei tendoni che ancora oggi usciamo per sopravvivere. Sempre tanti problemi da risolvere in fretta, ma così si cresce».

Si è parlato per anni della aggiunta di Mirandola, patria di Giovanni Pico.

«Iniziammo a discuterne dieci anni fa, ma c'è il punto della mobilità: già è complicato muoversi tra Carpi e Sassuolo. Inoltre quattro sedi avrebbe voluto dire quattro giorni di festival e servirebbe una organizzazione più ampia».

Problemi economici? Negli anni avete tagliato...

«Il budget cala e il lavoro cresce, visto che quest'anno ci hanno affidato anche le Notti Barocche che abbiamo curato sempre con le 4.5 persone che compongono lo staff del consorzio. In quattro anni il budget è calato del 20-25%, cioè molto. I filosofi li paghiamo a forfait: nel 2014 54 filosofi ci sono costati 82mila euro. Il programma costa in tutto 200mila euro. Curiamo anche un sito molto dinamico».

C'è un filosofo che insegue da anni e non è riuscita ad avere?

«Sì Giorgio Agamben che dice di non fare i festival. Ma quest'anno sono entusiasta della presenza di Arrigo Sacchi, inseguito per molto tempo perché il coach di calcio è un maestro particolare non essendo un ex calciatore. Il suo insegnamento dunque non si basa sulla imitazione, ma su idee e valore. È un uomo di pensiero».

Quest'anno una mostra importante è decisamente il Manichino della storia che ha creato molte polemiche.

«Sarebbe stato bizzarro se quella mostra importante non fosse stata presente nel panel del festival: non so nulla di come è stata costruita, ma abbiamo valutato che è un appuntamento di qualità. Quando chiuse l'ospedale S.Agostino, anni fa, volevamo fare una mostra delle collezioni private, ora la mostra c'è e del resto un gallerista come Mazzoli meritava di essere messo al centro della scena».

Ci consiglia poche cose da ascoltare e vedere?

«E' sempre molto imbarazzante scegliere, preferisco suggerire di recarsi a vedere luoghi magnifici come l'ex manifattura, i palazzi ducale di Sassuolo e Pio di Carpi o le mostre di Modena dedicate a Ontani, Guerzoni, Zinelli».

Stefano Luppi

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