Gazzetta di Modena

Modena

Tra le archeologie di Franco Guerzoni

di Michele Fuoco
Tra le archeologie di Franco Guerzoni

L’artista a Palazzo Santa Margherita propone una esposizione di tre giorni con opere che legano il passato al presente

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Due opere, realizzate di recente con gesso e stampa fotografica su scagliola, danno origine alla mostra "Fueros" di Franco Guerzoni che apre oggi, alle 18.30, al Palazzo Santa Margherita e resterà aperta (ingresso libero) fino a domenica. Sono brandelli materici che sembrano affiorare dal passato e che ora si affermano come elementi di una rinnovata ricerca dell'artista modenese. In questo rapporto tra passato e presente Guerzoni tesse il suo lavoro che in mostra è rappresentato da grandi opere dell'ultimo periodo e quelle dei primi anni Settanta, quando forte era l'amicizia con il grande fotografo Luigi Ghirri, anche lui impegnato in indagini parallele per scoprire insieme, in viaggi errabondi anche nelle campagne e in luoghi dimenticati, aspetti di una realtà che potesse manifestarsi come forma d'arte. E non è un caso se le opere, di quel periodo, di Guerzoni si avvalevano pure di immagini fotografiche riguardanti rovine quotidiane, pietre di abbattimenti, affreschi abbandonati e quasi irricoscibili. E' quanto si scopre in "Affreschi" del 1972, in gesso e pigmenti su stampa cromogenica, e in "Dentro l'immagine", opera di due anni dopo che si nutre di cristalli di sanitro su una foto originale di Ghirri raffigurante la parete di una stanza in una casa abbandonata.

Su questa remota radice di ricerca di carattere persino mentale che affrontava e sosteneva il concetto di "archeologia" si fonda il lavoro del modenese, come evidenziano i grandi quadri in mostra, con un percorso che passa attraverso gli "impossibili restauri" del 2001, lo "strappo d'affresco" e "musivum" del 2012, l'"archeologia senza restauro" e le "stanze" dello scorso anno che attingono alle opere degli esordi. E proprio nelle "stanze", fatte di gessi, polvere di quarzo, pigmenti in polvere, passa la memoria delle esperienze giovanili, facendo riflettere in uno specchio antico l'immagine di una foto di Ghirri. Ma «non si tratta - dice Guerzoni - di ricercare una coerenza rigida che risulterebbe riduttiva del significato della mia esperienza, quanto di cogliere il senso dello svolgimento della curiosità per il passato, di quella mia archeologia pessimistica che è, sì, ricerca del passato, ma anche consapevolezza della sua irrecuperabilità. La mia è sempre stata un'archeologia senza restauro, un'archeologia che rispettava le incrostazioni degli oggetti, intese come manifestazioni di vita, muffe, licheni e patine, come emblema di una sopravvivenza adulterata».

Così nei suoi lavori vive il sentimento del trascorrere delle cose che si manifesta anche nell'impiego dei materiali, con rimandi all'affresco, alle pareti dimenticate, alle archeologie. Una sorta di ricostruzione dell'antico attraverso frammenti che l'artista pare sottrarre alla labilità del tempo. La grande varietà di materiali è organizzata sotto forma di lacerti, reperti, per una nuova ricostruzione dettata dalla memoria del passato. L'opera si fa pittoscultura di silenziosa luce, di echi misteriosi, di meravigliata attesa, per diventare forma di un autentico processo di conoscenza di luoghi d'arte e di richiami forti a ciò che viene barbaramente distrutto o è sull'orlo della rovina.

Domani, alle 21, conversazione tra l'artista e Pier Giovanni Castagnoli curatore della mostra, che ha il sostegno del Gruppo Hera.

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