«Il welfare deve integrare e non sostituire il salario»
«Non è una donazione perché il benessere sul lavoro aumenta la produttività» I casi virtuosi di Tetra Pak e Kerakoll. Elena Salda: «Modena è all’avanguardia»
«Se si pensa che il welfare aziendale sia un modo per sostituire una parte della retribuzione dei lavoratori trasformandola in buoni di qualunque genere e tipo, noi diciamo: no grazie».
Sono parole di Susanna Camusso, ieri ospite di Confindustria Modena per un convegno in cui gli industriali hanno scelto di affrontare proprio il tema del welfare aziendale e del benessere dei lavoratori in azienda.
Il leader nazionale della Cgil ha dichiarato la propria soddisfazione per il fatto che anche in Confindustria si sia aperta una riflessione su quello che riguarda il lavoro e il benessere dei dipendenti, per quanto si stia ancora percorrendo il terreno della ricerca. Ma non è morbida quando deve esprimere le proprie preoccupazioni. «Il welfare – ha detto – non è una donazione fatta ai dipendenti, perché l'aumento del benessere sui luoghi di lavoro aumenta la produttività. È quindi uno scambio. Ma soprattutto è importante evitare di pensare che si possa fare welfare solo se esiste una fiscalità diversa».
La preoccupazione è piuttosto chiara: il depauperamento del sistema pensionistico a fronte della diminuzione della contribuzione.
«Il salario non è sostituibile – chiosa la Camusso – e se pensiamo che in questo modo diminuisce la contribuzione stiamo preparando l'esercito dei poveri del futuro. L'idea di questa sostituzione è un modo per svalorizzare le condizioni professionali. Anche se è evidente che il sistema fiscale non funziona più, perché penalizza i lavoratori e l'impresa che fa investimenti e ricerca».
Così come non funzionano le politiche che il governo sceglie sul fronte pensionistico.
«Abbiamo bisogno di rendere flessibile il sistema previdenziale – commenta la Camusso – la prima ingiustizia è pensare che tutti i lavori siano uguali. Abbiamo poi necessità di consentire l'ingresso dei giovani. Se si pensa sia sbagliato, e lo è, che i giovani debbano avere delle condizioni retribuitve più basse, ma l'obiettivo lo si raggiunge aggirando la contribuzione e il fisco è sbagliato. E non lo si raggiunge nemmeno con una flessibilità peggiorativa. Non si può considerare il sistema pensionistico come qualcosa che si dà o meno in funzione dei bisogni di risparmio del paese».
E il tema della flessibilità, rapportato a quello del welfare, è a parere della Camuso la vera frontiera, il rapporto su cui è necessario concentrarsi: «Perchè il tema della flessibilità – dice – ha a che fare anche con l'organizzazione del territorio, tra asili, servizi e mobilità». Qualche esempio di welfare aziendale nel territorio modenese esiste. Durante il convegno infatti ha visto le testimonianze aziendali, tra le altre, di Gianmaurizio Cazzaroli, direttore risorse umane di Tetra Pak, che ha parlato del ruolo del welfare ai tavoli della trattativa sindacale e Enrico Abbati, International Business Manager di Kerakoll, che si è soffermato sui temi della formazione e della gestione dei giovani talenti.
«Il nostro intento – ha spiegato Elena Salda che in Confindustria Modena si occupa proprio di welfare e che come imprenditrice si è distinta per iniziative legate alla responsabilità sociali d'impresa, come l'inaugurazione nell’anno 2007 dell'asilo aziendale – è ragionare con imprenditori e sindacati di cosa è possibile fare come imprese per contribuire a migliorare la qualità della vita dei lavoratori e quanto questo possa essere inserito nelle contrattazioni sindacali di secondo livello. In questo campo Modena si presenta all'avaguadia, con diverse aziende, Tetra Pak come capofila, che presentano programmi di benefits che rispondono alle esigenze dei lavoratori».
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