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«Dentro i miei versi ho fatto entrare il mondo dei reclusi»

«Dentro i miei versi ho fatto entrare il mondo dei reclusi»

Milo De Angelis che insegna nel carcere di Opera a Milano è l’autore di “Incontri e agguati” sul dramma di un detenuto

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Atteso è il ritorno, dopo diversi anni, di Milo De Angelis, amato molto anche dai giovani, che sarà sabato, alle 16.30 a Castelnuovo nella Sala delle Mura per ripercorre la sua lunga carriera poetica, presentando il suo ultimo libro “Incontri e agguati”. Un libro in cui la poesia vive l'esperienza del disagio, del dolore, dell'impossibile consolazione.

Perché ha sentito la necessità di raccontare l'esperienza del carcere “Opera” di Milano in cui insegna italiano?

«Insegno da tanti anni in carcere e questo insegnamento è una parte essenziale della mia vita. Eppure non ero mai riuscito a far entrare direttamente nei miei versi il mondo dei reclusi, che al massimo circolava come senso sotterraneo di prigionia e impedimento. Finalmente con questo libro l'ingresso è avvenuto. Tutto parte dal racconto di un detenuto siciliano che negli anni - attraverso temi in classe, lettere, dialoghi clandestini - mi ha narrato l'amore folle e turbinoso per una giovane donna e la sua uccisione. Da lì ho preso spunto - dandogli la parola in prima persona - per raccontare l'universo del carcere e la sua storia, che è diventata anche la mia».

L'angoscia esistenziale, la condizione di smarrimento è solo nei confini del carcere?

«Lo smarrimento inerme e angosciato, le vampate di nulla che ci azzannano all'improvviso appartengono all'intera condizione umana, all'inquietudine perenne in cui viviamo come esuli. E ci sono persone che entrano in carcere per trovare un lenimento a questo vortice, per essere fisicamente recintati e non disperdersi nelle forze oscure del mondo».

Un tema fondamentale che Lei affronta è “l'addio”. Pare che la sua poesia si nutra di pessimismo, anche se in alcuni versi si legge “Torneranno vivi gli amori tenebrosi... torneranno luminosi”.

«Credo che la poesia - a differenza del discorso filosofico - non possa essere né pessimista né ottimista. Non ne ha il tempo. Tutto avviene in modo bruciante e misterioso e non può adattarsi a una categoria: ogni gesto è braccato dalla vita, che lo insegue, lo afferra, lo sfida, lo rinnova, lo sospinge, gli impedisce di celebrare le nozze con il bene o il male».

A che deve mirare la poesia?

«Mirare è il verbo giusto. La poesia deve prendere la mira e colpire - in mezzo alla nebbia - il centro del bersaglio, la parola precisa, l'unica parola in grado di dire quella strana penombra che in piena mattinata si affaccia nella stanza con il suo sguardo malinconico».

L'attività di traduttore dal francese (Baudelaire, Racine...), greco e latino (Eschilo, Virgilio, Lucrezio)come influisce sull'attività poetica?

«Pierre Klossowski diceva che il padre di un testo è l'autore, mentre il traduttore è l'amante. È giusto ribadire la potenza amorosa e l'incanto che porta con sé l'atto del tradurre. La traduzione, come la poesia, non appartiene al mondo delle professioni. Bisogna tradurre autori che sono già entrati nella nostra scrittura e che ora ci ospitano dentro la loro, chiedendoci ardentemente di essere esatti e innamorati». (m.f.)

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