In carcere la “Banda del Parmigiano”
Colpivano magazzini di alimentari costosi: formaggio, crostacei, pesce, champagne, salumi. Bottino: 750mila euro
Sapevano come “fregare” le telecamere. Usavano persino droni per studiare le vie di fuga dopo i colpi. E ingaggiavano “lucciole” dell’Est Europa piazzandole davanti ai magazzini dove colpivano per essere avvisati del passaggio delle pattuglie. L’ingegno e l’indubbia preparazione non ha messo del tutto al riparo la “Banda del parmigiano” e dopo un anno e mezzo di indagini ieri sono finiti in carcere: 11 gli ordini di custodia cautelare emessi dal gip di Modena, dei quali 10 già eseguiti dalla questura di Modena. È un gruppo di foggiani che abita tra Modena e Cremona e che si riuniva per colpi importanti. Il bottino era sempre costituito da grossi carichi di alimentari costosi, che venivano poi smerciati in canali di ricettatori che rifornivano ristoranti e negozi di alimentari senza scrupoli.
Ieri mattina il dottor Enrico Tassi, capo della Squadra Mobile della polizia di Stato a Modena, ha spiegato la difficoltà delle indagini su una banda che ha compiuto sicuramente sei colpi grossi e probabilmente molti altri - ora al centro di altre indagini - con un bottino totale di 2.039 forme di Parmigiano Reggiano e Grana Padano, 15 tonnellate di crostacei e pesce surgelato, decine di casse di champagne, salumi artigianali di pregio. Valore complessivo: 785mila euro. La merce non è stata mai ritrovata.
È stata un’indagine complicata. È cominciata il 16 novembre 2013 col il colpo alla Albalat di Albareto, il grande caseificio e magazzino di Parmigiano. In quell’occasione vennero rubate 389 forme di Parmigiano, un danno enorme. I banditi avevano messo fuori uso le telecamere, ma non tutte: una, per quanto velata da una ragnatela, lasciava vedere la banda in azione mentre trasportava le forme, ma niente più. Nessuna impronta, nessun altro appiglio.
La Squadra Mobile si è procurata tutti i tabulati della cella del ripetitore di zona isolando una decina di numeri. Ma si trattava di schede temporanee intestate a stranieri inesistenti, nomi di fantasia. Si è così capito che la banda era ben organizzata e agguerrita.
Un impulso arriva poco dopo: il 20 dicembre 2013 a Toano di Reggio i carabinieri intervengono in tempo per sventare un colpo a un caseificio. Viene trovato un camion pieno di forme. Si risale al proprietario: è apparentemente estraneo. Ma è un primo passo. Dai tabulati telefonici si scopre che il traffico di chiamate passa sempre per schede temporanee: è la stessa banda. Il fascicolo passa dalla Procura di Reggio a quella di Modena e l’indagine parte davvero. Il video della sorveglianza di Toano mostra la stessa banda: tutti in tute, cappucci e guanti. Si spostano a gattoni per non farsi identificare dalla telecamera e fanno ruzzolare le forme. Poi per la polizia il colpo fortunato arriva da Tagliacozzo, provincia dell’Aquila, quando viene svuotato un magazzino di salumi pregiati: tre vengono identificati perché erano stati fermati poco prima per un controllo. A quel punto l’incastro tra schede telefoniche, nomi e volti c’è stato: gli investigatori hanno ricostruito tutti e sei i colpi e anche altri bloccati prima o falliti.
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