«Insieme a Cecile Kyenge tra le schiere dei profughi»
Il sociologo di Maranello Giovanni Bursi impegnato sul confine ungherese Con lui l’europarlamentare modenese: «Un esodo di proporzioni enormi»
MARANELLO. È appena tornato dai confini dove si sta consumando la lunga marcia dei profughi siriani. Giovanni Bursi, sociologo 47enne di Maranello che si occupa di progetti europei e al momento fa parte dello staff di Cecile Kyenge, nello scorso fine settimana ha visitato il confine fa Ungheria e Austria e anche quello fra Croazia e Slovenia, insieme alla parlamentare europea. Il racconto è ancora una volta quello di un autentico esodo, inarrestabile, dignitoso «e ormai è chiaro che l'Europa – spiega Bursi – ha capito di doversi fare carico di queste persone». «Con Cecile Kyenge – racconta – volevamo vedere quali problemi si stavano verificando nelle zone di confine più calde in questi giorni. Nel fine settimana siamo andati prima sul confine fra Ungheria e Austria, poi ci siamo spostati anche a quello fra Croazia e Slovenia, che rappresenta il nuovo passaggio che i profughi stanno cercando di aprirsi dopo le difficoltà con l'Ungheria. Abbiamo potuto vedere situazioni difficili, tante persone ammassate, difficoltà logistiche ma allo stesso tempo file ordinate di profughi in attesa dei treni o delle autorizzazioni, volontari delle Ong pronti e disponibili e anche a livello governativo in fondo vedo che il problema si sta gestendo. L'Europa ha capito la riguarda interamente, l'apertura di tutti questi nuovi fronti di migrazione dopo il Mediterraneo ha convinto l'Unione a cambiare atteggiamento». Sono viaggi lunghissimi, interminabili e pieni di difficoltà, ma in tutti i racconti, compreso questo, il tratto comune è la dignità e la decisione dei profughi, che non piangono, non si disperano, proseguono decisi: «Ho visto donne, anziani e bambini – spiega Bursi, che ha anche scritto un reportage completo per il sito di una rivista - affrontare queste fatiche sorridendo, tremila persone aspettare ordinatamente in fila, tanta gente dividersi quello che aveva e supportarsi a vicenda». Anche i paesi che fanno la voce grossa, come l'Ungheria, in qualche modo stanno gestendo il passaggio. «Il muro c'è e non si passa, ma vengono organizzati treni verso l'Austria e qui salgono i profughi al confine Al momento abbiamo rilevato una situazione più critica sull'altro, quello fra Croazia e Slovenia, soprattutto perchè è un fronte che si è aperto da poco e quindi chi li ha visti arrivare non era preparato. Dopo poco tempo però si è vista nascere un'organizzazione qualificata, soprattutto personale volontario, già attrezzato con tende e generatori per un'accoglienza dignitosa». La destinazione dei profughi è comunque più a nord: «La maggior parte di quelli che abbiamo ascoltato puntano a Germania e Svezia. Ma abbiamo incontrato anche persone che hanno pensato di fermarsi lungo il cammino. Ho ascoltato l'esperienza di una ragazza che ha perfino deciso di restare in Ungheria». Tutto insomma si svolge in modo dignitoso, ma le difficoltà ci sono: «Bisogna pensare che sono volumi enormi di persone che si spostano. Solo nel week end in cui ero presente io ne sono passate 50mila. È necessario lavorarci tutti assieme».
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