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Santagata: «Io, i libri i giovani e Modena»

di Roberto Armenia
Santagata: «Io, i libri i giovani e Modena»

Lo scrittore, finalista allo Strega, racconta le sue passioni

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Marco Santagata: scrittore, critico letterario, studioso, ricercatore e docente universitario. Tra questa attività, quale sente più congeniale? E perché?

«In realtà, non ne privilegio nessuna. Le sento tutte molto affini tra loro, in quanto si completano a vicenda. Io, per molti anni, sono stato soprattutto storico della letteratura. Anche di tipo accademico. Poi, dopo una ventina di anni, è nato questo mio interesse per la narrativa, che sento come sviluppo della precedente attività di ricercatore e storico della letteratura. All'inizio degli anni 90 c'è stata una svolta. Ho cominciato a scrivere libri di saggistica più accessibili, meno tecnici, più attenti a comunicare e al dialogo con il lettore. Ancora oggi coltivo i due settori, saggistica e narrativa, in quanto, a volte, sento l'uno come prosecuzione del lavoro di studioso, di critico al servizio del lettore. Diciamo che con la narrativa posso andare là dove non posso andare con gli strumenti della critica letteraria. La narrativa mi consente più libertà dai protocolli, mi consente di dire cose azzardate che non potrei dire come saggista. Non sarei in grado di rinunciare né all'uno né all'altro».

Quali le caratteristiche, le affinità e le differenze nella scrittura di saggi e di romanzi?

«È evidente che la scrittura creativa è molto diversa dalla scrittura saggistica. Direi che la cosa più interessante è capire le affinità, non tanto le differenze. Credo che un'affinità di fondo ci sia sempre. È un fondo autobiografico. Quando si scrive, qualunque cosa si scriva, c'è un fondo autobiografico. Il problema è il tipo di rapporto che uno instaura con la propria biografia. In genere, nella scrittura creativa, nella narrativa in particolare, la spinta autobiografica è fin troppo forte. Non è un caso che molti narratori comincino con romanzi di tipo autobiografico. Anch'io ho fatto così. Ho cominciato con “Papà non era comunista”, con l'editore modenese Ugo Guandalini, divenuto Guanda, a Parma. Credo che il problema di un narratore sia di distanziarsi dalle istanze autobiografiche, cioè di proiettarle in un universo di invenzioni. Ovviamente, non è possibile staccarsi da sé. Occorre però staccarsi dal proprio vissuto. Il vissuto di chi sta scrivendo deve diventare il vissuto di altri. È un'operazione non semplicissima. Nella narrativa di oggi - fin troppo numerosa, prolifica, esorbitante - molti autori si mostrano incapaci di uscire dal proprio io, parlano di sé come se fossero portatori di un'esperienza esemplare, che vale per tutti. Ma non è così. Sono rari i casi in cui la loro esperienza assume un carattere universale. Nell'altro tipo di scrittura, quella saggistica, prevale un po' il mito della scientificità, cioè l'idea di costruire un percorso oggettivo, depurato da scorie soggettive. Ma questo non si dà in natura. Anche parlando di altri si parla inevitabilmente di se stessi. Io credo che il problema del saggista sia esattamente l'inverso di quello del narratore. Un grande saggista deve sforzarsi di riconoscere le sue pulsioni profonde, gli stimoli che lo portano a scrivere. Cioè deve uscire dal mito dell'oggettività, e ciò vale per l'intero settore umanistico, quale che sia l'ambito specialistico che uno coltiva».

A scuola, normalmente, gli studenti non amano gli autori previsti (“imposti”) dai piani di studio. Perché? Lei ha scritto opere dedicate a Dante e a Petrarca che hanno avuto e continuano ad avere grande successo. Come spiega questo fenomeno?

«È vero che gli autori studiati a scuola hanno un impatto non sempre positivo sugli studenti. I motivi possono essere molto vari e diversi. Probabilmente è proprio l'approccio scolastico ai grandi autori che non invita, non aiuta. Credo che molti docenti non accordino la necessaria fiducia alla forza d'impatto che i grandi classici possiedono. Spesso a scuola si tende a soffocare il testo di un grande autore sotto note, commenti e spiegazioni, che finiscono per togliere ritmo e bellezza ai testi. Se invece ci si affidasse di più alla lettura, anche a scapito di una totale comprensione, alla fine il testo del grande autore si imporrebbe. C'è una ulteriore considerazione da fare: nella scuola italiana si fa tanta letteratura. Più di tutti gli altri Paesi occidentali. Eppure questa scuola non produce lettori: vuol dire che c'è qualcosa che non funziona. Occorre interrogarsi su ciò e orientare la didattica diversamente. Credo che dovremmo rinunciare all'impostazione storicistica che ci caratterizza, una impostazione che ha avuto una funzione importante per decenni, ma che, oggi, sembra più un limite. Se la scuola non produce lettori, se gli studenti si disaffezionano, forse è perché quella impostazione non riesce a dare un senso vivo della cultura. E invece bisognerebbe fare capire che studiando il passato non si visita un museo, piuttosto si percorre un pezzo della propria vita. Si tratta di dare l'idea che quei libri, quegli autori parlano ancora. È quanto ho cercato di fare con libri di narrativa come “Come donna innamorata” e di saggistica come “L'amoroso pensiero”».

«In sostanza, mi pongo domande che in genere non vengono poste, cerco di cambiare il punto di vista. Per esempio, mi chiedo: dietro a Dante scrittore che uomo c'era? Che rapporto possiamo leggere tra la vita di Dante e la Commedia? Oppure: la poesia di Petrarca parla solo d'amore o invece è una poesia che parla anche della condizione esistenziale del suo autore? In molti suoi testi non è difficile scorgere i segni di mali tipici del nostro tempo. Per esempio, il discorso sulla depressione, che Petrarca chiama accidia, è di estrema attualità. Sono contento che alcuni miei libri, così almeno mi dicono, diano un'immagine diversa da quella corrente nella scuola e avvicinino gli autori del passato alla sensibilità di oggi».
Lei ha ricevuto diversi prestigiosi riconoscimenti, tra i quali i Premi letterari “Riviera delle Palme”, “Bellonci”, “Campiello super”, il “Premio Stresa” . Quest'anno, è stato finalista allo “Strega”. Per contro, fa parte di giurie di altri premi letterari, come il premio di narrativa “Zocca giovani”.
«I premi sono tantissimi, un numero sterminato. Ma quelli che realmente aiutano la diffusione di un libro sono pochi, pochissimi. Anche la capacità promozionale di questi pochi sta diminuendo, costantemente. Per esempio il Premio Strega, che probabilmente è quello che muove di più, riesce a fare parlare di sé, e quindi dei libri, ma non tanto per il valore dei libri o per i loro autori, quanto per il contesto, le lotte, le faide, per il gossip che ruotano attorno al premio. È questo che fa notizia e che aiuta a dilatare la notizia. Di per sé la letteratura non mi sembra che faccia più notizia... Io sono responsabile di aver fondato un premio di narrativa, il Premio Zocca giovani. È nato con una precisa finalità: non favorire la scrittura ma promuovere la lettura. Di scrittori ne abbiamo anche troppi in questo Paese. La formula che abbiamo scelto è semplice, chiara ed efficace: distribuire in lettura i cinque romanzi che sono stati selezionati da una giuria formata da giurati più o meno illustri - tra i giurati c'è anche Vasco Rossi - ma di Zocca o collegati a Zocca. Dare in lettura gratuitamente e chiedere una scheda di valutazione delle singole opere. Quindi coinvolgere attivamente i lettori nella scelta finale. In questo modo, in una zona che non brilla per la presenza di librerie, ogni anno avviciniamo alla lettura circa seicento persone. Mi sembra un risultato piuttosto interessante. Da questo punto di vista, direi che l'obiettivo l'abbiamo raggiunto».
Borges diceva che l'uomo è fatto in gran parte della sua memoria. Per Marco Santagata, uomo e scrittore, cosa rappresenta il ricordo di Modena e della sua Zocca?
«La memoria. È uno dei grandi problemi della nostra epoca. Mai come oggi la memoria è valorizzata a parole, mentre, in realtà, se c'è un momento in cui non ci si cura della memoria è proprio il nostro. Tutto ormai si consuma nello spazio di pochi giorni, quando non di poche ore. Sembra che si sia avverata, da questo punto di vista, la condizione che, tanti decenni fa, avevano pronosticato gli studiosi di Francoforte: si pensi a l'uomo a una sola dimensione di Herbert Marcuse. Questa è la premessa per arrivare a parlare del mio ricordo di Modena e Zocca. Mi rifiuto di considerarlo un ricordo. Un ricordo si ha essenzialmente per ciò che è finito, mentre invece il mio rapporto con Modena e Zocca non è finito. È sempre vivo. Più che mai. È un rapporto vivo e aperto. È una delle mie dimensioni, che io non relego nel passato. È evidente che è una dimensione mentale più che una effettiva dimensione di vita. Ma è una dimensione viva e attuale»,
Come vorrebbe si caratterizzassero Modena e Zocca? Cosa vorrebbe realizzare, prioritariamente?
«Sono due realtà diverse da tenere distinte. Intervenire a Modena è più complicato. Ma non è semplicissimo neppure qua a Zocca. Per quanto riguarda un paese come Zocca (ma il discorso può valere anche per molti altri luoghi dell'Appennino, e non solo dell'Appennino modenese) il primo problema che mi viene in mente è che bisognerebbe riuscire a educare al rispetto dell'ambiente. È un'operazione lunga, complicata, paziente. A un'opera di formazione di questo tipo dovrebbero cooperare tutti gli enti pubblici. Non solo il Comune, quello che è rimasto della Provincia, la Regione, ma anche l'Ente Parco, le Soprintendenze. Ci vorrebbe una visione collaborativa e d'insieme, la chiami pure sistema. Per esempio, maggiore attenzione all'edilizia, al verde, cercare di evitare di costruire rotonde faraoniche in un ambiente come l'Appennino che sembra non reggerle molto bene. Va detto che ogni volta che torno in Emilia resto turbato dalla quantità di rotatorie che questa Regione è riuscita a costruire. Ne trovo sempre una nuova, ingombrante. Stupefacente: tra Modena e Zocca non si fa altro che girare in tondo. Occorre evitare di fare interventi di restauro di manufatti monumentali o paesaggistici che disturbano. Ma anche avrei più cura per quanto riguarda il recupero delle case di campagna. Da alcuni anni qui c'è la moda (non solo qui, purtroppo) del sasso a vista. Sembra di essere a San Marino. Qui le case padronali di montagna sono sempre state intonacate. Allora chiedo: perché la Soprintendenza è assente? Bisognerebbe cioè che tutti gli enti pubblici collaborassero a formare una cultura del territorio, una cultura rispettosa delle nostre tradizioni e dell'ambiente in cui ci troviamo».
E Modena?
«So che c'è molta polemica intorno ai fenomeni legati alla cultura. Esistono iniziative di tipo promozionale, utilissime e che vanno fatte, iniziative viste anche come volano di tipo economico, che secondo me sono giustissime e che devono valorizzare le vocazioni proprie della città. Noi a Modena abbiamo dei settori che in qualche modo si impongono da soli, dai motori all'opera lirica, al cibo, a una tradizione di arti visive, che, dal dopoguerra è molto forte ed è tuttora viva in città. Sono segni identitari che vanno valorizzati. Ma ci sono anche interventi più sostanziali, quelli che formano una coscienza culturale. Questo non vale solo per Modena. Questo vale un po' per tutto il Paese, sia chiaro. Noi siamo complessivamente un Paese ignorante che investe molto poco nel settore della formazione. Mentre invece la ripresa, se mai ci sarà, di questo Paese non può che passare attraverso un forte intervento nel settore dell'educazione e della formazione».
«Modena si trova all'interno di un sistema di Corti rinascimentali, con importanti propaggini sei e settecentesche, abbastanza unico nel panorama culturale italiano. Mi riferisco alle Corti della stessa Modena, Ferrara, Mantova, Parma più tutte le sedi minori come Carpi, Mirandola, Sassuolo, Colorno e Sabbioneta. È una rete impressionante di luoghi carichi di storia e di cultura, che sono stati storicamente collegati tra loro. Vedrei bene un coordinamento, un'iniziativa sistematica dell'Emilia, in senso lato. Occorrerebbe creare un sistema. Invece, ora, mi pare che ognuno di questi centri vada per proprio conto. Un sistema delle Corti dell'Emilia che ha una sua forte specificità storica e artistica e culturale. Questo avrebbe un forte impatto di tipo promozionale, e nello stesso tempo una forte incidenza sul piano didattico e formativo».
Roberto Armenia

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