La maxi truffa scoperta indagando su monete false
Concordia. Le indagini dei carabinieri sui rimborsi illeciti Inps ai falsi disoccupati partite da una perquisizione alla ricerca di euro taroccati. E c’è l’ombra dei clan
CONCORDIA. Una inchiesta che potrebbe - e dovrebbe - ramificarsi in tutta Italia, per scoprire quanto estesa è la truffa all’Inps sui falsi disoccupati. Truffa scoperta a Concordia, ma assai probabilmente “importata” dai quattro arrestati e dai loro complici.
Anche perchè nel corso della seconda fase della inchiesta, quella ancora in corso sulla terza coop con sede nel bolognese, è emerso che ad incassare i sussidi formalmente intestati ad almeno trenta ignari disoccupati erano campani che risiedono prevalentemente nelle terre della Camorra e dei Casalesi, tra Casal di Principe, Caserta e dintorni. Proprio dove attinge l’esperienza di Renato Corvino, il cavezzese che è in carcere a Modena per estorsioni, dove è stato raggiunto dal nuovo provvedimento restrittivo del Gip. Corvino, 49 anni, si era spacciatonell’ambito di quelle estorsioni quale esponente del clan di Sandokan.
Insomma, una vicenda dai contorni ancora incompiuti, e dalla portata impressionante, se si saprà svilupparla con tutte le tecnologie e le forze necessarie.
Incredibilmente, una vicenda scoperta quasi per caso. Negli atti esaminati per mesi dal sostituto procuratore Marco Imperato e nelle ultime settimane dal giudice Eleonora De Marco, si riferisce di una genesi singolare dell’inchiesta condotta dai militari della stazione di Concordia.
Perchè tutto parte dal vezzo di Cinzia Marchesini, la 48enne di San Possidonio finita ai domiciliari assieme al figlio di Corvino, Danny Corvino, e ad un quarto complice Stefano Bassi di Poggio Rusco, cinquantenne.
Cinzia infatti “spendeva” banconote false nei negozi della Bassa. Banconote, anche queste, presumibilmente fabbricate nella terra dei clan.
La donna era infatti riuscita ad eludere i riconoscimenti, e - ormai un anno fa - ci vollero giorni di appostamenti e indagini prima di darle un nome. Il giudice ordinò una perquisizione, e a casa di Cinzia, spuntarono altri documenti contabili intestati ad altre persone. La donna deve avere dato risposte decisamente evasive o “farlocche”, se i carabinieri hanno deciso con un puntiglio oggi decisivo e lungimirante di vedere quelle carte.
Scoprendo che gli intestatari erano appunto i primi falsi disoccupati che l’inchiesta ha messo in luce. Finora più di cento, ma sono numeri riferiti a due sole cooperative compiacenti - i cui titolari sono destinatari di una misura cautelare dell’obbligo di dimora - e solo per il periodo di un anno.
Abbastanza però per quantificare 230mila euro di rimborsi illeciti riscossi e qualche milione di rimborsi indebiti non riscossi, solo grazie al tempestivo intervento dei carabinieri.
Il meccanismo - come riferito ieri - era semplice. Le coop compiacenti - una di Poggio Rusco e una di Ferrara - assumevano sulla “carta” i falsi disoccupati, poi li licenziavano. Venivano quindi richiesti i sussidi di disoccupazione all’Inps, che puntualmente li erogava. L’organizzazione tratteneva metà del sussidio (di qui i documenti a casa della donna) e l’altra metà li intascavano i falsi disoccupati. Nel caso della terza coop scoperta è emerso che giovani del Nord Italia (persino di Torino) erano stati assunti e licenziati a loro insaputa.
L’idea quindi è di una organizzazione ramificata (in grado di avere documenti intestati a chiunque), con la regia del famoso commercialista fantasma cui Procura e carabinieri stanno cercando di dare un volto.
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