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L’INTERVISTA

Pietro Rivasi e i segreti di Icone: «Il tempo è finito...»

Pietro Rivasi e i segreti di Icone: «Il tempo è finito...»

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Nonostante si dichiari ormai “fuori dalla scena” da qualche anno, viene ancora indicato da tanti come la massima autorità locale in materia. E in effetti Pietro Rivasi, classe 1978, socio della galleria d’arte contemporanea “d406”, sembra avere tutti i titoli in regola per poterne parlare. Se non altro perché per una buona decina d’anni è stata la mente dietro ad “Icone”. Una rassegna che fin dagli esordi, nel 2002, si presentava carica di novità – su tutte l’abbandono dell’estetica legata esclusivamente all’hip hop. E che, anche grazie ad un buon equilibrio tra street art, muralismo e mostre (esposizioni realizzate da artisti legati al mondo dei graffiti) è arrivata a ritagliarsi una certa fama nella comunità di appassionati. Una posizione che, nel tempo, ha permesso a Rivasi di entrare in contatto con diversi esponenti della scena nazionale ed internazionale.

Facciamo il punto: come stanno i “writer” modenesi?

«In realtà non ho una percezione aggiornata di questo dato. L’ultima edizione della rassegna si è tenuta un paio di anni fa, e non seguo più “da vicino” la scena. In linea generale, comunque, direi che a Modena siamo molto indietro. Fino a pochi anni fa c’era pochissima gente, che ora ha smesso e si sta dedicando ad altro. Ora, da quanto ne so, dovrebbero esserci in giro quattro o cinque nomi nuovi. Speriamo riescano a continuare, perché ultimamente abbiamo assistito a molte “meteore”».

Una situazione diversa, ad esempio, dalla vicina Reggio Emilia, che negli ultimi anni si è mostrata piuttosto attiva da questo punto di vista.

«Lì il Collettivo FX ha fatto un lavoro molto buono, trasformando le ex fonderie reggiane in un gigantesco laboratorio. Sono riusciti a creare un tessuto molto fertile, che qui è ancora manca».

Si è fatto un’idea del perché di questa lacuna?

«Onestamente non me lo sono mai spiegato molto. Nonostante avessimo anche a disposizione gli spazi del Comune non c’è mai stata molta gente interessata a dipingere. Di sicuro, però, non sono mai mancati gli stimoli. Abbiamo anche fatto dei corsi nelle scuole, per tentare di far conoscere la materia anche seguendo un approccio più “didattico”. Anche l’interesse dei cittadini è stato circoscritto, non c’è mai stato un particolare entusiasmo popolare. Devo dire, però, che negli ultimi anni, con l’esplodere del fenomeno a livello nazionale, c’è sempre più gente che mi contatta».

E l’amministrazione si è interessata? Com’era il vostro rapporto?

«Con le vecchie giunte avevamo installato un buon dialogo e bisogna riconoscere che non ci hanno mai negato autorizzazioni e muri su cui dipingere. Ma non si è andati oltre i quattro spiccioli da spendere per il materiale e non c’è mai stata valorizzazione degna del lavoro fatto».

Perché ha deciso di smettere con la rassegna?

«Credevo - e credo tutt’ora - non ne valesse più la pena. E questo per due motivi. Innanzitutto perché il contesto è cambiato. “Icone” è stata fin da subito legata al concetto delle “jam” di graffiti, appuntamenti che permettono ad artisti e appassionati di radunarsi ed esprimersi liberamente. Perché fino a tre o quattro anni fa era ancora difficile trovare spazi disponibili per praticare muralismo e street art. Le possibilità erano abbastanza limitate. Gli artisti più bravi sono diventati veri e propri professionisti, che girano il mondo per festival e pretendono giustamente di essere pagati».

E il secondo motivo?

«Ho un problema abbastanza grosso con l’attuale amministrazione, che sta facendo cose che non condivido in campo culturale». (m.r.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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