Sieni, un artigiano del corpo e della scena
Dopo quindici anni debutta a Modena “Isolotto”, il nuovo solo del coreografo fiorentino presentato questa sera alle 21.30
MODENA. Siamo seduti al centro del palco. Mentre tenui luci illuminano i nostri volti, Virgilio Sieni ci racconta il suo nuovo lavoro, “Isolotto”, in scena stasera alle 21.30 al Teatro Storchi. Il maestro ritorna a esplorare la forma dell'assolo quindici anni dopo la creazione dello storico successo di “Solo Goldberg Improvisation”.
Guardando le prove, “Isolotto”, sembra un lavoro molto delicato e intimo.
«Sì, spero sia così. “Isolotto” si concentra sulla fragilità delle ossa e quindi nel dettaglio del corpo. Mi sento come se fossi un manufatto e sono alla ricerca delle mani artigiane che mi hanno costruito. Come un archeologo, rintraccio una catena di gesti primitivi che mi porta a studiare la struttura e l'evoluzione dell'uomo e del suo corpo. Per esempio prima stavo provando la quinta parte: cullarsi».
Cosa intende per cullarsi?
«È una dimensione primordiale, uno degli atti del venire al mondo. Mi fa pensare a una madre o a una persona amata. La nostra schiena si appoggia su questo gesto, quando lo sperimenti puoi rivivere ricordi importanti. La prima parte dello spettacolo si svolge in piedi e riguarda le funzioni quotidiane: camminare, rannicchiarsi, girare. Ognuna di queste è legata a qualcosa di tragico e bello. Per esempio, voltarsi può voler dire anche essere in fuga da qualcuno. La seconda parte è a terra, è la fase per diventare adulti o anche il percorso evolutivo dell'uomo prima di diventare bipede; il cullarsi, il dondolarsi, si ritrovano in questo momento».
Lei vanta collaborazioni con musicisti importanti. In questo caso sarà accompagnato dal chitarrista norvegese Eivind Aarset. Che rapporto c'è tra musica e danza?
«Tutto dipende dalla qualità del suono e della persona, si crea un gioco tra la decodificazione del suono e la sua indicibilità. Solitamente si lavora insieme per far emergere le qualità di un progetto. In un certo senso, posso dire di riuscire a collaborare anche con J.S. Bach, nonostante si tratti di musica registrata, perché è un atlante di spiritualità».
Cosa vuol dire e cosa prova nel ritornare in scena con un nuovo solo dopo quindici anni? Com'è cambiata la sua consapevolezza artistica?
«Nonostante con “Solo Goldberg” pratichi sempre la forma dell'assolo, con “Isolotto” ho deciso di tornare a ragionare su una struttura. In realtà avevo voglia di capire a che punto del mio percorso mi trovassi dopo aver tanto lavorato con gli altri e con esperienze di tutti i tipi. Qui non ci sono tracce autobiografiche, è più un sunto che mi permetterà di proseguire la mia ricerca. È anche un modo per astrarmi da tutto quello che mi circonda».
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