Vie Festival: a Modena "Dopo" di Gabriella Salvaterra
Alle Passioni di Modena un percorso itinerante attraverso l'installazione di teatro sensoriale di Gabriella Salvaterra. Un'intervista all'artista
MODENA. “Dopo” è un viaggio sensoriale, un'installazione itinerante creata dall'artista modenese Gabriella Salvaterra. Si apre al pubblico oggi dalle 18 alle 22, con repliche sino a domenica 18 (prenotazione obbligatoria allo 059/2136021). Siamo andati a trovarla per chiederle in cosa consista il suo “teatro sensoriale”.
Cosa è chiamato a fare lo spettatore in “Dopo”?
«Si tratta di un gioco sensoriale che si trasforma in esperienza poetica. Noi invitiamo il pubblico a partecipare senza forzarlo o manipolarlo, anzi il nostro obiettivo è creare una relazione di ascolto sul filo dell'ambiguità. C'è un percorso con vari spazi da seguire, ognuno lo percorrerà col suo ritmo e le sue emozioni. Una volta una giornalista ha scritto: “Quello sensoriale è un tipo di teatro in cui non si va per ascoltare, ma per essere ascoltati”».
Ha dichiarato di avere operato su spazi e oggetti offuscando i loro contorni. Può spiegarci meglio?
«Mi sono chiesta: lo spettatore può trasformarsi in un viaggiatore? Ho pensato che la curiosità sia un elemento centrale nel mio linguaggio, perché permette alle persone di allontanarsi da uno stato passivo, dalla semplice osservazione. Non bisogna essere ovvi, descrittivi. Sapere già ciò che accadrà non aiuta a creare quelle attese che dovrebbero far nascere un percorso personale. L'ambiguità e il dubbio generano, appunto, curiosità: che cosa vedo? Sto sognando? Queste dovrebbero essere le domande principali del linguaggio sensoriale. Quando i confini tra sogno, realtà e immaginazione si rompono, quello che si percepisce ha una potenza superiore, proprio perché non siamo in grado di vederlo con chiarezza. Eliminando i contorni delle cose diamo spazio all'immaginazione di chi guarda. Lo spettatore viene messo al primo posto perché deve completare il tragitto con il suo immaginario».
Collabora da sedici anni con la compagnia Teatro de los Sentidos a Barcellona. Quanto ha inciso questa esperienza nel suo percorso?
«Lavorare con Enrique Vargas, regista della compagnia, ha cambiato il mio punto di vista su tutto, perché la sua poetica dà valore all'esperienza dell'essere qui e ora nella performance; viverla al meglio significa imparare a percepire lo spazio. Ho capito che ogni corpo ha una sua memoria, la sua storia scritta nella pelle. Non ci sono tecnici o attori, siamo tutti abitanti poiché usiamo un linguaggio che ci permettere di costruire e vivere gli spazi come se fossero le nostre case. Le nostre abitazioni si fondono anche con i materiali, i luoghi e gli odori. In questo modo si può concepire che i nostri cinque sensi possano unirsi per formarne uno solo, da cui si aprono tante finestre deputate all'ascolto».
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