Assolto: fece un anno e mezzo di carcere
Coinvolto in un’intercettazione tra Perrone e Di Puorto: per i giudici Temperato “non commise il fatto”
«Altro che boss! Alla fine sono stato assolto». Questo l’unico commento fatto ieri mattina da Mario Temperato dopo l’assoluzione «per non aver commesso il fatto» al termine del processo contro il gruppo dei casalesi a Modena. Per Temperato, che ha assistito seduto tra i banchi alla lettura della sentenza - in veste di uomo libero - è stato un momento atteso a lungo: aveva sempre ripetuto di essere estraneo al caso di estorsione nel quale era rimasto coinvolto durante le indagini sul Big Bijou. Un caso che gli era costato un anno e mezzo di carcere in custodia cautelare. I suoi difensori, gli avvocati Michelangelo Strammiello e Antonino Rossi, avevano sottolineato in sede di interrogatorio di garanzia che Temperato era finito in mezzo a una chiamata di correità per errore e persino Alfonso Perrone, “O Pazzo”, il referente dei casalesi, aveva chiarito che si trattava di un errore. La Procura aveva però chiesto il suo rinvio a giudizio con l’Articolo 7, l’aggravante del metodo mafioso. Alla fine la stessa accusa aveva chiesto l’assoluzione.
Temperato non è sicuramente uno stinco di santo: condannato a sette anni per un ricatto al ginecologo di famiglia (anche se la Procura aveva chiesto l’assoluzione), è tuttora imputato al processo sulla serie di estorsioni alla palestra di Soliera sempre ad opera dei casalesi di Di Puorto. Non solo: frequentava assiduamente Di Puorto. Ma in questo caso i giudici si sono formati la convinzione che Temperato non c’entrava con l’estorsione. Nella fattispecie, era stato accusato di aver partecipato una sera a una conversazione “pericolosa” al Big Bijou. Dopo aver cenato in una nota pizzeria nella prima periferia di Modena, era andato al night club modenese con Di Puorto. Durante la serata, tra un drink e l’altro, il cellulare di Di Puorto si è messo a squillare. Era Alfonso Perrone. Tra una battuta e l’altra, con l’aria di chi si impone di prepotenza, Perrone aveva detto ai due “amici” che non dovevano pagare il conto dei drink bevuti. Si era anche fatto passare il cameriere per fargli capire bene il concetto. Ma Temperato non era d’accordo. Così Di Puorto gli ha dato il telefono. «Ma io voglio pagare la consumazione!», ha detto Temperato. Questo botta e risposta in dialetto campano è finito in un’intercettazione che poi è stata trascritta e allegata agli atti.
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