Gazzetta di Modena

Modena

Modena, 11 anni al contabile del clan delle estorsioni

di Carlo Gregori
Modena, 11 anni al contabile del clan delle estorsioni

Undici condanne per quaranta anni di carcere complessivi ai Perrone e i loro uomini per le intimidazioni al night Big Bijou e altri casi. “Stangata” per Raviola

3 MINUTI DI LETTURA





MODENA. Sono arrivate al capolinea le estorsioni dei Casalesi a Modena e provincia: ieri mattina il Terzo Collegio del Tribunale ha chiuso l’ultimo grande processo contro Alfonso Perrone “’O Pazzo” e i suoi uomini con 11condanne, 3 assoluzioni, 1 prescrizione e la chiusura di una posizione per decesso. Una stangata per quello che è ritenuto il contabile della gang: per il consulente d’affari lombardo Paolo Raviola 11 anni di carcere, perché ritenuto colpevole in continuazione per due estorsioni; i giudici hanno anche confermato la confisca di tutte le sue aziende, società, alloggi e automobili. Raviola ha assistito alla lettura della sentenza chiedendo subito dopo di poter parlare ma il presidente del collegio, giudice Barbara Malvasi, ha risposto di no.

Ecco la mappa dei beni confiscati realizzata da Confiscati Bene (dati dell'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati)

È stato l’ultimo dei grandi processi sul Clan dei Casalesi a Modena e le loro imprese criminali quando spadroneggiavano. È stato condotto dal pm Dda di Bologna Enrico Cieri con il collega modenese Pasquale Mazzei e riguardava ben due operazioni della Squadra mobile della polizia di Stato e dei Gico della GdF: “Pressing 2” e “San Cipriano”. Il processo riguardava sedici imputati ma non il capo Sigismondo Di Puorto e Alfonso Perrone che nel corso dell’udienza preliminare erano già stati condannati a sei anni e mezzo ciascuno con processo abbreviato. Al centro della discussione quattro casi di estorsione e una tentata estorsione tra il 2008 e il 2011. Si è parlato dei casi del Big Bijou, il night club modenese all’epoca bersagliato da visite cariche di minacce e tensioni da parte di uomini del gruppo. Poi si è ricostruito il caso di minacce e schiaffi all’unica vittima ora parte civile, Francesco Montanaro, per il quale è prevista una provvisionale di 7mila euro. Dopo tre ore di camera di consiglio i giudici hanno letto le pene: 3 anni di carcere e 3mila euro di multa per Felice Carbone, 5 anni e 6 mesi e 5mila euro di multa per Pasquale Perrone, 1 anno per Pietro Desiderio, 11 anni e 12mila euro di multa per il contabile Paolo Raviola, 5 anni e 4 mesi per Salvatore Lionetti e Salvatore Pellegrino, 1 anno e 2 mesi per Renato Shamku, 1 anno e 4 mesi ciascuno per gli albanesi Alfonc e Bardhok Zelda, 1 anno e 4 mesi per Francesco Molaro e 1 anno e 4 mesi anche per Francesco Montanino. I giudici hanno preso atto del decesso dell’imputo Franco Noviello. Poi ci sono state tre assoluzioni: Giovani Perone e soprattutto Mario Temperato: quest’ultimo era stato indicato come un personaggio di spicco del gruppo; in questo caso i giudici lo hanno ritenuto innocente «per non aver commesso il fatto». Assolto Domenico Esposto. Assolto da alcuni capi d’accusa anche Alfonso Perrone, il testimone che in videoconferenza da un carcere (ma non è collaboratore di giustizia) ha contribuito a ricostruire gli episodi. Infine, prescritto il reato contestato a Francesco Molaro. La sentenza prevede anche il risarcimento a Montanari, parte civile, da parte di Pasquale Perrone. Per Raviola, come detto, è stata prevista la confisca di tutti i beni immobili e delle partecipazioni sociali.

La lettura della sentenza è stata ascoltata in silenzio da Raviola, chiuso nella gabbia degli imputati, che non è riuscito a prendere la parola subito dopo. È più che probabile che, dopo la lettura delle motivazioni, il suo difensore Giuseppe Inglima, ricorra in appello. Per alcuni imputati i giudici hanno applicato l’Articolo 7, l’aggravante del metodo mafioso: sicuramente per Carbone, Pasquale Perrone, Raviola, Lionetti e Pellegrino. È caduta per tutti gli altri, anche se era stata prospettata in prima battuta nel corso delle indagini. Pareva in fatti, al momento della raccolta delle prove, che tutti questi uomini facenti capo ad Alfonso Perrone e a Sigismondo Di Puorto operassero proprio con metodi tipici dei sodalizi mafiosi intimidendo e anche picchiando le vittime. Per capire perché non è stata applicata bisognerà aspettare tre mesi, il tempo delle motivazioni della sentenza.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google