Viaggi "sospetti", espulso l’Imam di Camposanto
Clandestino in Italia, ma viveva e predicava da anni nel “centro culturale” dove pregano gli islamici sunniti
CAMPOSANTO. «Mohamed ? È un bravo ragazzo, qui viveva solo, in Marocco ha moglie e figlio, ma da noi non faceva l’Imam, qui dava solo delle... lezioni».
A Camposanto i referenti dell’associazione “Al Kair” (Il Bene) di via Giannone 21 difendono l’integrità l’ospite che da circa tre anni viveva nei locali dell’associazione. E cercano di frenare sul nascere voci, preoccupazioni, polemiche. Anche perchè qui come altrove la situazione è complessa: un circolo culturale che nell’atto costitutivo si dichiara “associazione culturale e d’integrazione per la diffusione della cultura in senso positivo” è in realtà un luogo di preghiera e di culto.
Insomma, una moschea all’italiana.
Preso dalla polizia. Mohamed (l’ospite e l’imam) se l’è portato via lunedì mattina la polizia della Digos, che da tempo lo cercava in mezza Italia. Non un arresto, non un fermo, ma l’esecuzione di un banale provvedimento di espulsione per intervenuta clandestinità in Italia: è quanto hanno provato a giustificare ieri in questura a Modena, spiegando di avere eseguito un provvedimento di rimpatrio in Marocco emesso dalla questura di Padova,
Ma ben presto anche a Camposanto, quando si è diffusa la notizia, tutti si sono convinti che ci fosse ben altro dietro cotanta attenzione da parte di un organismo investigativo così specifico. Ovvero qualche “vacanza”, del nostro - imam - era lui stesso a definirsi così a Camposanto - in terre particolarmente “calde”. Siria e dintorni, per intendersi.
Che la situazione fosse delicata lo conferma la circostanza che la polizia si è categoricamente rifiutata di confermare il nome di Mohamed (omettiamo il cognome), anche se la convinzione degli inquirenti è che a Camposanto usasse un nome diverso da quelli già usati in altre parti d’Italia.
Insomma, un predicatore di quelli da “attenzionare”. Contro il quale mancavano elementi più gravi, ma con sospetti sufficienti per decidere di dare corso ad una espulsione ormai “storica”, datata.
Arrivato a Lampedusa. Mohamed era infatti arrivato in Italia dalla porta di Lampedusa, una decina di anni fa. Si era sistemato a Grosseto, con tanto di permesso di soggiorno, che non ha poi più rinnovato. Nei suoi pellegrinaggi per l’Italia la polizia lo ha trovato a Padova, dove è stata istruita la pratica di espulsione. E dove - raccontano gli amici veneti - non predicava nella veste di imam, ma si era molto impegnato per la «confederazione dei centri culturali islamici»
Poi da Padova è scomparso. E a Camposanto, nel comune della Bassa dove la presenza di nordafricani raggiunge visivamente un livello molto importante, si è materializzato tre anni fa, quale predicatore seguito da almeno una cinquantina di Sunniti. Nel centro culturale deve essersi trovato bene, perchè è divenuto ben presto la sua casa. La canonica della situazione, per capirsi.
Le tuniche e la pizzeria. La gente di Camposanto ha visto per anni i suoi panni e le sue tuniche (i cafetani) appesi alle terrazze. Non senza problemi di “sgocciolamento” al pianterreno dell’edificio, dove i titolari della pizzeria “Il Pescatore” denunciano una situazione difficile: «Arrivano a pregare in novanta, cento alla volta, e quando i nostri clienti vedono tutta questa gente con stanelloni bianchi e barbe si allontanano. Qualcuno di questi islamici che prega per la verità si ferma e prendere sempre la pizza tonno e cipolle. Ma era ed è una situazione imbarazzante». Come sia stato possibile realizzare una moschea di fatto sopra una pizzeria è presto detto. «Abbiamo acquistato la proprietà», spiegano gli stessi gestori del centro culturale Il Bene, che hanno rilevato il locale dove un tempo c’erano prima una discoteca e poi un night, l’Etabeta. Il resto la burocrazia lo consente attraverso l’escamotage universale della associazione culturale. Proprio come si faceva - e si fa ancora - per tanti “bordelli”.
Alberto Setti
Valentina Corsini
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