Agnese, un anno tra i poveri dell’Africa
La diciannovenne di Modena ha scelto di andare in Madagascar come missionaria volontaria: «Aiutare gli altri arricchisce tanto»
MODENA. «Ci si svegliava la mattina e si pensava: eccomi qui, è questo il mio posto». Nelle parole di Karen Blixen, scrittrice danese del secolo scorso e autrice del libro autobiografico “La mia Africa”, c'è dentro tutto l'amore per la sua vera casa: il Continente nero. Un amore nato durante i suoi anni di vita in Kenya, in cui era rimasta letteralmente ammaliata dai suggestivi paesaggi africani, ma soprattutto dalla gente. Quella popolazione locale che aveva amato, istruito e aiutato, insegnando loro in una scuola serale e fornendo diverse cure mediche.
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Un senso della solidarietà, del donare agli altri, del vivere in mezzo a loro che travalica il tempo e dalla prima metà del '900 arriva sino ai giorni nostri, abbracciando una giovane ragazza modenese di soli 19 anni, che partirà il 22 ottobre per trascorrere un anno in Madagascar come missionaria volontaria. Ieri sera il vescovo Erio Castellucci le ha dato il mandato missionario. Lei è Agnese Bertacchini, e la incontriamo per scambiare due parole in merito alla decisione che ha preso, a meno di una settimana dalla partenza per la “sua” Africa.
Sei giovanissima Agnese, quali i motivi di una scelta così impegnativa e coraggiosa?
«La molla è scattata due anni fa, quando ho partecipato in Burkina Faso ad un percorso di volontariato simile a quello che sto per intraprendere in Madagascar. Fin da piccola però, la mia famiglia mi ha trasmesso l'importanza del mettersi al servizio degli altri, da allora in avanti infatti, non ho mai smesso di frequentare le Case della carità. In più partecipo al progetto “Hurricane fai volare la strada”, un'iniziativa solidale volta ad aiutare i profughi e i senza tetto della nostra città. Ho imparato che anche se queste persone non hanno niente, sono più ricche di spirito di noi».
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Di cosa ti occuperai in Madagascar?
«Fino a dicembre starò ad Ambositra, dove imparerò la lingua e sarò al servizio di Don Giovanni Davoli, che lì porta aiuto in un carcere. Poi invece mi sposterò ad Ampasimanjeva, dove mi occuperò della riorganizzazione della farmacia dell'ospedale locale. Compilerò le schede cliniche dei pazienti e farò compagnia ai bambini in ludoteca, perché in Africa, quando una mamma viene ricoverata porta con se tutta la famiglia e c'è sempre bisogno di qualcuno che stia con i bimbi. Se me lo chiedono sarò felicissima di dare una mano anche in un altro ospedale lì vicino, specializzato nella cura della tubercolosi».
Come hanno accolto famiglia ed amici questa scelta?
«Sia i miei genitori, che le mie tre sorelle e il mio fratellino adottivo Liu, mi hanno appoggiata fin da subito. Sono contenti per me come i miei amici, anche se un po' tristi perché non mi vedranno per un po'. So già che mi mancheranno tantissimo, ma provare mancanza per le persone care, è l'ennesimo dono che la mia famiglia mi ha fatto e per questo la ringrazio».
Quali le paure e le emozioni che provi?
«Ho paura di non trovarmi bene con gli altri volontari o di soffrire troppo la lontananza da casa, ma sono anche molto entusiasta di rivedere i bellissimi sorrisi dei bimbi africani. Consiglio a tutti i giovani di vivere un'esperienza come la mia, prima di iniziare l'università, perché un anno speso per aiutare gli altri, non può che arricchire tantissimo».
di Valentina Corsini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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