Basta uno sguardo soltanto per “far esplodere” il teatro
Il regista e drammaturgo francese debutta stasera allo Storchi con “Répétition” In scena Emmanuelle Béart che vanta un'importante carriera cinematografica
MODENA. Incontriamo Pascal Rambert prima della sua lezione di yoga, che pratica in ogni città in cui si ferma. Ci saluta sorridente e ci chiede di accompagnarlo in un bar «dove vanno i modenesi autentici». In un tavolino al sole ci parla di “Répétition”, spettacolo che presenterà stasera alle 21 al Teatro Storchi, in prima assoluta e nella sua unica data italiana.
Come introdurrebbe “Répétition” a un pubblico che non lo conosce?
«“Répétition” sembra uno spettacolo complesso ma non lo è. In realtà è molto semplice, parla di un gruppo di artisti della mia generazione: due attrici, uno scrittore e un regista che lavorano insieme da 20 anni; all'improvviso a causa di uno sguardo tra due di loro il teatro “esplode”. Questo è quello che vediamo: l'esplosione del gruppo, la fine delle utopie».
La finzione risiede nella realtà e la realtà è essa stessa finzione. Qual è il legame tra queste due dimensioni?
«Il rapporto è il legame stesso. Lavoro e provo ogni giorno in paesi diversi e il teatro è qualcosa che faccio allo stesso modo: si tratta di un ricominciare da capo costante. Non esiste distinzione tra arte e realtà, la mia vita è nell'arte».
Nel suo lavoro le parole hanno il potere di trasformare la realtà: sembrano avere un impatto quasi fisico sugli attori. Che relazione ha con la lingua?
«Io abito la lingua, vivo al suo interno. La lingua è tutta la mia vita, non solo il mio lavoro. Mi occupo anche di coreografia, cinema, teatro: è un modo completo di pensare a cosa sia il linguaggio, che non è solo maniera di esistere nel mondo, è anche un pianeta di segni: un profumo della pelle, il colore dell'arrossire, un tono di voce, un modo di sedere o di muoversi sul palco. Se avete visto “Clôture de l'amour” avrete notato che la parola uccide. Volevo mettere in scena la violenza domestica senza lacerazioni, senza schiaffi. Il teatro può mostrare il potere concreto e intenso delle parole».
E in “Répétition”?
«In “Répétition” ognuno ha la sua concezione di amore, verità, arte, fedeltà, speranza. Tutti si scontrano a partire dalla lingua nel provare a definire questi concetti di cui ognuno ha un'idea. Personalmente sento di non esistere, di essere vuoto. Il mio lavoro consiste in questo: nell'essere vuoto abbastanza da lasciare che l'energia dei miei attori mi attraversi e in un secondo momento poter restituire loro parole e letteratura. È un'operazione fisica nel senso scientifico del termine: come se esistessero un flusso o un'energia a cui dare forma con la parola».
I suoi testi sono stati tradotti in molti paesi. Teme che il potere originale della rappresentazione possa perdersi nella traduzione?
«Prima ho detto che le rappresentazioni non esistono perché sono come uno specchio: quando il testo entra nel corpo degli attori è sempre il mio testo e non lo è più allo stesso tempo. Loro lo trasformano chimicamente: le parole diventano ossa, sangue, aria, merda, sperma, sputo, acqua. È un processo che mi affascina, tento di capire questa organicità delle cose».
Oltre al teatro scrive poesia e si è occupato di coreografia e di cinema. Qual è la ricerca che unisce queste discipline?
«L'arte è qualcosa di sempre attivo: una rete tra parola, movimento, luce, suono e organicità. Adoro la semplicità, come quella degli attori sui palchi spogli: credo che non ci sia niente di più bello di un teatro vuoto. Pensiamo a due persone nude sulla scena: la pelle umana è un panorama strabiliante che si sporge al di là del tempo; questa è l'emozione estrema. È la bellezza dell'essere umano».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
