Il nostro viaggio in cinque tappe per le “Vie”
Gli spettacoli tra riflessioni di politica culturale e anticipazioni del prossimo weekend
Proviamo a immaginare: con una barchetta raggiungiamo un capo che fino a poco fa scorgevamo appena. Fissiamo qualcosa di ciò che lasciamo indietro e giriamo lo sguardo verso un nuovo panorama. Vie è al giro di boa della sua navigazione, che proviamo a raccontarvi in cinque tappe.
1. I discorsi delle opere. Ci sono teatri che tentano di specchiare il reale, a volte riuscendo a rielaborarlo per farci vedere meglio, a volte anticipandolo facendoci vedere con estrema lucidità, altre volte affiancandolo attraverso forme prive di dialettica. Le direzioni sono tante, e alcuni snodi ce li hanno forniti il mélange culturale di Anna Peschke, fra Opera di Pechino e Goethe (da domani a Modena), il funambolismo stralunato senza parole di Marthurin Bolze, gli affreschi sull'umano fra individualismi e anelate collettività di Maguy Marin e Virgilio Sieni e ancora la famiglia come lente d'ingrandimento sui conflitti nel lavoro di Nelson Valente.
2. Questa sera i Motus e la musica contemporanea. Motus, compagnia riminese fra le più note della ricerca teatrale italiana, a Bologna presenta “King Arthur” (Teatro Manzoni, ore 20.30, collaborazione con la rassegna Musica Insieme). Si tratta di una “semi-opera” scritta nel 1691 che unisce canto, parti recitate e musica e che nella versione del gruppo si fa occasione per discutere sulla relazione amorosa, sulle peripezie e le lacerazioni della passione, in assonanza con il canto e con i suoni dell'ensemble Sezione Aurea.
3. Le politiche culturali. Dopo la nomina di Ert a Teatro Nazionale Vie Festival sta cambiando, divenendo anche prestigioso contesto che permette con vigore di “lanciare” le nuove produzioni, pensando a un pubblico internazionale. A Vie prosegue il dialogo con altre istituzioni come Node, festival di nuove musiche fra i più vivi della regione e non solo. Infine una piccola “lode” all'undicesima edizione. Aprire con un nuovo solo di Sieni e riempire lo Storchi il sabato sera con uno spettacolo duro come “Répétition” di Rambert ci paiono conquiste rilevanti e che giungono dopo anni di lavoro. Si raccolgono dunque i frutti di un percorso i cui esiti non erano scontati.
4. Rambert. L’artista francese non fa (ancora) parte del ghota dei grandi nomi della ricerca europea (per esempio Platel, Nekrosius, Fabre). Il suo discorso, forse anche per questo, ci pare di un’urgenza rara. È un teatro che ottiene una verità nello svuotamento, ma senza consolarsi per una fine. Rambert non guarda con disincanto alla fine delle ideologie, della poesia, dell’arte, della sinistra, del comunismo. Abita i paraggi di un’estenuazione, mettendoci tutti in guardia sull'urgenza di voltare pagina, ritrovando in tale concavità una possibilità per il teatro stesso, che può tornare a gridare un incitamento senza risultare moralista, finto, fuori tempo massimo: “Giovani, giovani, svegliatevi! / Jeunes gens, reveillez vous!”.
5. Da domani al 25. Pasolini, cinquanta anni dopo la sua scomparsa, viene ricordato con la musica di Giovanna Marini (a Bologna il 21), mentre fra il capoluogo di regione e Modena si riflette sullo “scandalo” in un approfondito convegno internazionale (dal 22 al 24) organizzato dall’Università di Bologna. A teatro attendiamo il “Moses” di Romeo Castellucci, gli ottoni e le bande di Alain Platel, i suoni informatici di Ryoki Ikeda e le “illusioni” dalla Russia di Big Action Money.
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