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La campionessa di Modena Alessandra Riegler dice basta: addio scacchi crudeli

di Arianna De Micheli
La campionessa di Modena Alessandra Riegler dice basta: addio scacchi crudeli

La fuoriclasse di Modena ha vinto un mondiale, ha conosciuto l’amore ma non gioca più: «Era troppa la tensione»

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«Ho sempre adorato il parco dei viali. Anche da bambina. A volte, nelle serate estive, andavo con i miei genitori e mia sorella a mangiare il gelato al Lido. Per me era un evento da segnare sul calendario». Alessandra Riegler è nata, cresciuta e ha studiato a Modena. Da sempre vive all'ombra della Ghirlandina e il suo cuore è attento custode di una città immortale raccontata con gli occhi dell'infanzia.

«Mi incantavo ad osservare tutti quei gruppetti di persone che di ogni colonna del portico del Collegio facevano personale pulpito di incontro e discussione».

La storia di Alessandra parte però oltre mille chilometri a nord della via Emilia. Suo padre era infatti polacco. Bimbo ebreo di sei anni, nel 1933, per non soccombere all'odio razziale fu costretto a scappare con la famiglia a Zagabria. Trovò quindi rifugio in un campo profughi elvetico.

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Una volta in Italia, a Milano, grazie ad una fortunata serie di coincidenze, conobbe la sua futura sposa. Che, modenese doc, lo iniziò al gnocco fritto e all'aceto balsamico. «Nonostante mamma fosse cattolica, io sono ebrea. Non ho mai frequentato in modo assiduo la sinagoga, ma mi piaceva e mi piace tuttora. Soprattutto nei momenti di festa».

Il “posto del cuore” è però un altro. E rivela chi è la nostra ospite e perché, suo malgrado, la luce dei riflettori l'accompagna da un paio di decenni: «Andavo spesso da Sandrone. Nella sede della società c'era, e forse ci sarà ancora, una saletta dove si poteva giocare a scacchi». Quando si dilettava a spostare re, cavalli e alfieri nel sacro tempio del carnevale, Alessandra non era più una bambina. Papà Siegfried ci si era messo d'impegno per incatenarla alla scacchiera in tenera età, ma lei, seppur già dotata di pensiero analitico e dunque incuriosita dal lento incedere delle mosse, a stento tratteneva gli sbadigli.

Tutto cambiò all'Università - Alessandra è laureata in chimica e insegna al liceo d'arte Venturi - quando un suo professore di matematica, Ennio Cavazzuti, la convinse a fare i conti con il suo innegabile talento per il gioco degli scacchi. Un talento da outsider esploso in tutto il suo splendore grazie a Giovanni Franco Falchetta, maestro e mentore cui Alessandra, per sua stessa ammissione, deve parecchio. «Gianfranco è una persona splendida e un giocatore eccelso. Non sono mai riuscita a batterlo». Il resto è storia nota. Ma anche molto intima e piuttosto tenera. Nonostante infatti la professoressa Riegler negli anni Novanta abbia vinto quattro campionati nazionali femminili nonché sia stata la prima italiana ad essersi aggiudicata nel 2005 il campionato del mondo di scacchi giocato per corrispondenza, nulla nella sua casa di Modena testimonia che ciò sia accaduto davvero.

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Riconoscimenti, coppe e addirittura l'onorificenza di cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana firmata Giorgio Napolitano… tutto infilato in chissà quale pertugio di chissà quale armadio.

Incontriamo la regina degli scacchi priva di scettro e corona nel suo regno domestico. Accanto a lei il marito Giancarlo, insegnante di fisica e matematica al liceo Sigonio. Lui la sua schiva signora l'adora. Lo si intuisce dalla luce che si accende nei suoi occhi non appena Alessandra inizia a parlare. Lo si capisce da come la guarda, da come sorride quando lei tenta di riagguantare il passato.

L'aneddotica vuole che lei abbia conquistato suo marito battendolo a scacchi online. Ma Giancarlo era consapevole di chi stava per sfidare a duello? «No. Mi sono rivelata a giochi fatti. Quindi la sconfitta per lui è stata meno amara. In realtà la dinamica del nostro primo "incontro" è un poco più articolata di quanto si racconti. E' vero, ci siamo conosciuti in una chat, ma gli scacchi sono arrivati in un secondo tempo. Galeotto è stato il nickname usato da mio marito. Richard Feynman, un mito per i fisici - lo so perché mia sorella, al pari di Giancarlo, è laureata in fisica - ma uno sconosciuto per il resto del mondo. Mi aveva incuriosito e così l'ho contattato. E poi… beh, sì, gli ho chiesto: "Perché non facciamo una partita?". In principio sembrava piuttosto reticente».

Mai quanto lei da bambina. E anche da adulta, ormai baciata dal successo. A onor del vero lei è sempre stata reticente. Se non altro ai tappeti rossi e alla fama. Tanto da appendere la scacchiera al chiodo quando ancora aveva molte emozioni da regalare.

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È così?

«Sì, dopo aver vinto il campionato del mondo per corrispondenza di fatto ho smesso di giocare. Già nel 2000 avevo abbandonato le partite a tavolino, non reggevo la tensione. Poi, una volta spedita anche l'ultima cartolina, mi sono resa conto che avevo smesso di divertirmi e pativo l'ansia da prestazione».

Sembra di capire che la competizione non sia nelle sue corde.

«In effetti nella vita sono sempre stata poco competitiva. Proprio per questo motivo, una volta laureata in chimica, ho deciso di insegnare. Il mio sogno era però la ricerca. Ho una pessima memoria, ma una mente molto analitica. Che, nonostante si esprima al meglio nel gioco degli scacchi, resta protagonista anche del mio quotidiano. Tendo, infatti, ad analizzare qualsiasi cosa. Diventare ricercatore significa però competere senza tregua. Un po' troppo per me. E dire che, per quanto abbia sempre saputo perdere con un sorriso, ogni volta che muovevo un pezzo sulla scacchiera lo facevo per vincere».

Il gioco degli scacchi è molto aggressivo?

«Senza dubbio. Inoltre soccombere in una partita può distruggere una persona dal punto di vista psicologico. Il primo pensiero è: "Se mi ha battuto significa che sono poco intelligente". Ricordo che con Rossana Damasco, carissima amica conosciuta sul "campo di battaglia", disputavo partite di una violenza inaudita. Dopo ci abbracciavamo. Sebbene Rossana abitasse a Napoli il nostro legame è durato vent'anni. Un legame solido che andava ben oltre il gioco degli scacchi».

Ora ha gli occhi lucidi. Parlare di Rossana la commuove?

«Sì. Rossana è scomparsa non molto tempo fa. Era una scacchista grandiosa - ha partecipato a ben tre Olimpiadi - ma soprattutto un'amica eccezionale e una donna coraggiosa. Non si è mai arresa alla malattia e ha scritto libri davvero belli. Di ognuno ne ho almeno una copia con dedica che conservo gelosamente. Anche lei nel 1996 ha fatto parte della squadra olimpica di scacchi».

In quell'occasione come ha vissuto la competizione?

«È stata un'esperienza magnifica. Fu Yerevan, capitale armena, ad ospitare per oltre due settimane, e cioè dal 15 settembre al 2 ottobre, la trentaduesima edizione delle Olimpiadi degli scacchi. Ricordo un trionfo di colori, di idiomi diversi, di abiti tradizionali. Un'avventura da ogni punto di vista. Oltre ad aver sofferto di gastroenterite, destino condiviso dalla quasi totalità della squadra azzurra, fummo testimoni di un tentato colpo di Stato. Il parlamento venne preso d'assalto dai militanti dell'opposizione e le strade della capitale si riempirono di carri armati. Qui, a Modena, la mia sorte appariva incerta. Tanto che sui quotidiani locali fece capolino qualche titolo inquietante del tipo "scacchista tenuta in ostaggio". Ma, per fortuna, nessuno mi aveva sequestrato. Tornai a casa sana e salva. E con molto da raccontare».

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