Quella notte del 1831 quando il duca tradì i sogni dei carbonari
Nel cuore della Modena risorgimentale sulla tracce di Ciro Menotti e della “Congiura Estense”
Uscendo dai vicoli che costituivano l'antico ghetto, arriviamo in largo San Giorgio al termine di via Farini. Davanti ai nostri occhi, con la nuova connotazione di piazza Roma, Palazzo Ducale si erge ancora più maestoso. Lo spazio, liberato dalle auto, ha messo in risalto la facciata principale da poco ripulita e restaurata e non è difficile imbattersi in modenesi o turisti fermi con il naso all'insù in mezzo alla strada ad ammirarla, ma è altrettanto impossibile non essere distratti da una presenza che immediatamente cattura la nostra attenzione. È Ciro Menotti che, imperioso dal suo monumento, ancora ci parla, se è possibile in modo ancora più forte nel vuoto della piazza, ad imperitura memoria di quello che accadde tra lui e chi abitava nel magnifico palazzo. Prima di soffermarci sui dettagli storico-artistici di questa opera in marmo, vi chiedo di guardare negli occhi il rivoluzionario. Vi accorgerete subito che il suo sguardo è rivolto verso un punto ben preciso: la finestra di destra del primo piano del corpo centrale dell’odierna accademia militare, dietro la quale Francesco IV firmò la condanna a morte per lui e i suoi compagni di ribellione (anche se ci sono altri documenti che testimoniano che sia stata firmata il 21 maggio al Castello del Catajo presso Padova, luogo di villeggiatura della famiglia arciducale). Lo sguardo è truce e l’espressione del volto, ben catturata nel 1879 da Cesare Sighinolfi, scultore modenese autore della statua, ancora ci trasmettono la rabbia provocata dal tradimento che passò alla storia come “Congiura Estense”. Il linguaggio del corpo esprime quello che nessuna lapide in memoria ha fatto in modo migliore: la mano destra è stretta in un pugno stizzoso pronto ad alzarsi verso il palazzo da un momento all’altro, mentre quella sinistra tiene ben saldo il tricolore accostandolo al corpo, dalla parte del cuore. Il basamento è formato da tre gradini che ricordano il patibolo, il ceppo sul quale si erge la statua è occupato da medaglioni commemoranti altri carbonari tra i quali Vincenzo Borelli che fu giustiziato assieme a Menotti. Non possiamo iniziare la nostra passeggiata nella Modena risorgimentale senza soffermarci su quanto accadde la notte del 3 febbraio 1831, a due passi da piazza Roma, in corso Canalgrande all’altezza dell’odierno civico 90. Quello che per secoli fu palazzo Calori, nel 1818 venne acquistato da un facoltoso commerciante originario di Migliarina di Carpi, il nostro Ciro Menotti appunto. Nella facciata, al piano nobile, sono ancora presenti due balconcini in ferro battuto, la cui ringhiera è arricchita da una lettera “M” iniziale del cognome del padrone di casa. Tra i più ricchi della città, Menotti era in buonissimi rapporti con il duca Francesco IV che, in un primo tempo si mostrò una mente illuminata e aperta alle teorie liberali di Menotti e del suo caro amico Enrico Misley. Il duca ebbe un comportamento sibillino e in principio assecondò il piano cospirativo dei carbonari che prevedeva lo stilare una costituzione e una serie di riforme democratiche, per poi farli arrestare alla vigilia del giorno prescelto per lo scoppio dei moti rivoluzionari. Quella notte, Menotti era nel suo palazzo con altri 40 cospiratori quando furono sorpresi dalle guardie dell’esercito. Ciro cercò di fuggire calandosi con una corda dalla cappella Cesis, limitrofa al suo palazzo, ma venne ferito ad una spalla, catturato ed imprigionato. I tumulti scoppiarono da Bologna a Parma, ma a Modena non successe nulla, anzi il duca scappò a Mantova portandosi con sé Menotti. Rientrato in città grazie all’intervento dell’esercito austriaco, Francesco IV a palazzo ducale firmò la condanna a morte per Menotti e per Vincenzo Borelli il notaio che aveva stilato il documento di decadenza del duca. Il 26 maggio 1831, sui bastioni della cittadella oggi piazza 1° Maggio, i due vennero impiccati e i loro corpi ancora penzolanti dalla forca, rimasero esposti per un giorno intero a severo monito per tutti gli altri sudditi animati da pensieri patriottici. I resti del patibolo sono ancora visibili e ad ogni anniversario speciale una corona d’alloro viene posta in loro commemorazione. Ciro Menotti riposa nella cappella monumentale, costruita all'interno della chiesa parrocchiale di Spezzano.
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