Salva il 19enne sul cornicione, il poliziotto: «Avevo già perso un amico così»
Modena, l’ha raggiunto lungo uno stretto cornicione a 12 metri d’altezza convincendolo a desistere dopo una lunga trattativa
MODENA. Duri con i cattivi, buoni con i deboli e con i bisognosi al punto di rischiare la propria vita. E anche dopo che si è compiuto una di quelle che vengono chiamiate “imprese” non sentirsi eroi ma “solo” agenti di polizia, “solo” padri di famiglia, lasciarsi andare in abbracci, in lacrime liberatorie e rientrare a casa, per stare con il bambino piccolo e dire alla moglie che chiede il perchè di tanto ritardo... «Nulla di grave, ho salvato la vita di un ragazzo, uno di quegli interventi che si fanno quando uno vuole suicidarsi, lo sai vero...».
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La situazione. Federico Francione ha 33 anni, una barba nera e folta che incute rispetto e dà tono alla divisa. Elisabetta Bartoloni ha gli occhi chiari, un elegante accento toscano e la freschezza dei ventisei anni. Domenica nel primo pomeriggio erano in auto insieme, nello stesso turno della Volante. Alla centrale arriva una chiamata, è quella di due genitori disperati che al telefono spiegano come il loro figlio si sia chiuso in bagno e che poi sia uscito dalla finestra iniziando a camminare sul cornicione. Diciannove anni, da qualche tempo attanagliato dalla depressione, il male silenzioso, nascosto, che scava nell’anima e annulla piano piano la vita. Lui voleva assecondare quel male, era salito su quel cornicione e stava sospeso nel vuoto, al terzo piano, lontano una decina di metri dalla finestra da dove era uscito e ora ad una altezza di dodici metri dalla strada. Piove, c’è vento, c’è solo disperazione.
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Il racconto. «Siamo arrivati subito. Io e Elisabetta - racconta Federico - ci siamo messi a cavalcioni sulla finestra e abbiamo cercato di trovare un contatto. Vedevamo che piangeva, che non voleva ascoltarci». Il cornicione è largo sì e no una quindicina di centimetri, ed è pure bagnato.«Dovevo avvicinarmi - spiega Federico - e in quel momento non ho pensato a nulla. C’era un ragazzo, una persona di diciannove anni che soffriva, che aveva bisogno. Non potevo lasciarla là. E allora mi sono messo su quel cornicione, mi sono appiattito al muro e ho iniziato piano piano a spostarmi verso il giovane».«Nel frattempo - dice Elisabetta - io ho iniziato a chiacchierare con lui. Gli chiedevo delle cose semplici, in modo da tenere attiva l’attenzione su noi, su quello che stava accadendo tra noi e lui. Domande tipo quanti anni avesse, dove studiava, che posti frequentasse, cose banali ma utili a tenerlo calmo e anche concentrato. E lui partecipava, rispondeva a tono, anche se singhiozzava. Era pure scalzo».
Il momento clou. «Io intanto - prosegue Federico - mi sono avvicinato mentre Elisabetta parlava con lui. Tra me e il ragazzo ormai c’era solo una finestra. Io non avevo tanti appigli per tenermi stretto, un po’ il bordo della finestra, qualche sporgenza del muro, ma poca roba. Ero vicino e abbiamo iniziato a parlare. Mi hanno detto dopo che siamo tutti stati lì circa una quarantina di minuti. Lui si sfogava, mi ha raccontato di sé, della sua disperazione. A un certo punto, quando ho capito che era il momento giusto e che fra me, Elisabetta e lui s’era creata un po’ di “amicizia”, ho allungato la mano. Gli ho preso la sua mano».Federico continua: «E gli ho detto: “Senti dai, vieni con me, fammi andare a casa. Fammi state un po’ con mio figlio che mi aspetta da oggi. Non lo vedo spesso e oggi è domenica e gli avevo promesso di stare con lui. Lui è piccolo e non capisce che io ritardo perché devo lavorare anche per lui”. Il ragazzo allora ha stretto la mia mano e abbiamo iniziato a rientrare, passo dopo passo,piano piano. E ce l’abbiamo fatta. Non siamo caduti».
Il lieto fine. E una volta in casa il grande abbraccio liberatorio e d’amore tra i genitori e il ragazzo.«Lo stesso ragazzo - dicono Federico e Elisabetta - ci ha abbracciato. E’ stato questo un grande regalo. Arriverà un encomio, ma è questa la vera soddisfazione». Federico non nasconde una lacrima: «Tempo fa avevo perso un amico, proprio perché aveva deciso di farla finita. Quel giorno ero lontano, non potevo aiutarlo, non potevo essere lì. Questa è stata la molla. Ora io c’ero e quel ragazzo dovevo salvarlo. Per lui e anche per il mio grande amico che non c’è più».
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