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la recensione

King Arthur: visione come analisi di un inganno

Cosa vuol dire vedere, percepire? Motus si dibatte nella viscosità di questa domanda rivisitando il “King Arthur” scritto da John Dryden sulle musiche di Henry Purcell. La regia di Daniela Nicolò ed...

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Cosa vuol dire vedere, percepire? Motus si dibatte nella viscosità di questa domanda rivisitando il “King Arthur” scritto da John Dryden sulle musiche di Henry Purcell. La regia di Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande si affianca all'interpretazione dell'ensemble Sezione Aurea, responsabile della riorchestrazione musicale, per mettere in forma un'opera sinestetica dove parola, suono, gesto e visione si intersecano: il genere ibrido della semi-opera seicentesca viene forzato e portato alle estreme conseguenze in una sperimentazione multimediale che è da anni cifra caratteristica dei lavori di Motus. La storia d'amore tra Emmeline, principessa non vedente, e Arthur si svolge su un'area scenica espansa, in linea con il formato polimorfo dell'opera: sul palco vediamo in primo piano un bosco oscuro fare eco a una foresta di leggii e strumenti musicali; una porta aperta introduce a un secondo spazio solo parzialmente visibile, dove la narrazione si frantuma e si discosta dallo sguardo dello spettatore; le ellissi visive vengono in certa misura colmate da una telecamera in presa diretta che segue i personaggi in scena e fuori scena proponendo un punto di vista connotato e parziale sulla vicenda. Le riprese proiettate in tempo reale su uno schermo e intervallate da sequenze preregistrate costruiscono quindi una narrazione doppia, non del tutto affidabile. Si sta tra lo smarrimento e il fraintendimento in un gioco di riflessi e rifrazioni amplificato dalla presenza di specchi ustori e anamorfici: ecco dunque che la visione si configura come analisi di un inganno. Cosa vuol dire vedere? Probabilmente dubitare, riflettere, indagare. Per Motus vedere è essere visti: lo sguardo cieco e visionario di Emmeline diventa allora metafora del teatro stesso, primo e ultimo inganno possibile.

Elena Carletti

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