Mat, storie di guarigione con le parole ritrovate
«La mia storia è iniziata quando ho accettato di essere malato». Diversi utenti del dipartimento di Salute mentale hanno preso ieri la parola a La Tenda. Un racconto che univa delusioni e speranze,...
«La mia storia è iniziata quando ho accettato di essere malato».
Diversi utenti del dipartimento di Salute mentale hanno preso ieri la parola a La Tenda. Un racconto che univa delusioni e speranze, fatto da tante esperienze, come ogni anno accade al Màt per le “Parole ritrovate”. Alcuni hanno pensato al gesto estremo. Tra le tante richieste ce n’era una in comune: la dignità. «Non siamo un oggetto di studio - ha reclamato una donna - né capri espiatori. Dobbiamo liberarci dai sensi di colpa per diventare noi stessi». Non tutti credono nella “recovery”, nella ripresa di sé. Un concetto che supera la tradizionale guarigione. «Ho avuto un matrimonio fallito e perso un figlio - ha spiegato una donna - ma posso dire che ce al possiamo fare tutti. Abbiamo problemi, non siamo problemi». «Credo nella guarigione - ha garantito una giovane - “recovery” da noi è ripigliarsi». «Facile da dire - ha ripreso un uomo - ma servono per il 50% i farmaci e per il 50% la volontà. Dobbiamo andare tra le persone normali per essere normali». «Guarire è un concetto diverso dalla medicina generale - ha garantito un altro uomo - perché se si rompe un braccio si calcifica. Con la malattia mentale si può comunque condurre una vita dignitosa». «Non credo nelle possibilità di guarigione - ha detto un uomo separato con un figlio autistico - non ho avuto la possibilità di riscatto. Ho avuto la fortuna di avere uno psichiatra vicino, ma alla guarigione come “recovery” è molto difficile da credere». «In senso stretto guarire è impossibile - ha spiegato una donna - ma lo stesso vale per il diabete». Cosa ne pensano gli operatori? «A una persona ho detto che non guarirà mai - ha ricordato Eleonora Bertacchini, psichiatra - allora ha preso la scrivania e me l’ha scaraventata addosso dicendo: “Lei mi toglie la speranza”. Non avevo mai studiato quella parola nei libri di psichiatria. Lo ringrazio ancora».
«Non basta creare le opportunità per far prendere loro la parola - ha concluso Fabrizio Starace, direttore del dipartimento di Salute mentale - ma creare le condizioni perché tutti possano prenderla. Siamo muratori che costruiscono un edificio, mattoncino dopo mattoncino. Ogni tanto ci può essere qualche scossa. Può cadere qualche pezzo, non l’idea che lo sostiene». (g.f.)
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