Una fusione di culture per il “Faust” di Goethe con l'Opera di Pechino
In scena recitazione, danza, acrobazia e canto in uno spettacolo diretto dalla tedesca Anna Peschke
MODENA. Oriente e Occidente si incontrano nell'ultimo lavoro di Anna Peschke, con la China National Peking Opera Company: “Faust - Una ricerca attraverso il linguaggio dell'Opera di Pechino” è una produzione Ert, in scena stasera alle 21 alle Passioni. Abbiamo incontrato la regista tedesca per capire il percorso di mediazione culturale dello spettacolo.
Da dove nasce l'esigenza di un progetto interculturale sull'Opera di Pechino?
«La compagnia nazionale dell'Opera di Pechino voleva diffondere il linguaggio della tradizione e allo stesso tempo rinnovarlo, per raggiungere le giovani generazioni. In Cina gli spettatori sono anziani, i giovani non sono interessati a questo genere, è necessaria un'innovazione».
Ci sono diversi livelli di traduzione nella stesura del suo “Faust”. Che cosa si perde e cosa invece viene espresso della sua cultura d'origine?
«Siamo partiti dalla traduzione cinese del “Faust”, ma abbiamo riscritto il testo riadattandolo al sistema linguistico dell'Opera di Pechino. È un genere che utilizza un cinese mandarino poetico e a volte richiede l'uso di rime: la scrittura è frutto di un processo di mediazione con la drammaturga, con gli attori e con Xu Mengke, il direttore artistico. Mi sono chiesta: che cosa è ancora interessante oggi? Cosa può funzionare nel contesto dell'Opera di Pechino? Del romanzo di Goethe ho voluto mantenere il conflitto dato dall'accrescimento del desiderio, il patto col diavolo, la storia d'amore tragica e il dramma di Margherita».
Pensa che il linguaggio possa coinvolgere anche un pubblico europeo?
«Mi rendo conto che il pubblico europeo non è preparato a uno spettacolo del genere: la prima parte dell'opera funziona quindi come invito a entrare in questa cultura, a vincerne la distanza. La seconda parte è più tragica e si presume che lo spettatore si sia abituato alla diversità di linguaggio e possa immedesimarsi nella storia».
Come si è articolata la contaminazione tra la musica europea e i codici musicali dell'Opera di Pechino?
«È stato difficile immaginare un accostamento tra i suoni dell'Opera di Pechino e quelli europei: inizialmente l'idea era di utilizzare brani della tradizione, come Beethoven; poi i compositori Luigi Ceccarelli e Alessandro Cipriani hanno fatto interagire i suoni orientali con la musica elettronica. Ero preoccupata che il contrasto potesse risultare provocatorio: invece in Cina hanno molto apprezzato come la musica aggiungesse qualcosa di nuovo alla loro tradizione».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
