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Crac Serit, si rientra di soli 60mila euro

Crac Serit, si rientra di soli 60mila euro

SERRAMAZZONI. Solo 60mila euro recuperati a fronte di quasi 4 milioni di passivo. È l'amaro bilancio dell'attività di recupero del curatore fallimentare della Serit srl di San Dalmazio, ditta al...

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SERRAMAZZONI. Solo 60mila euro recuperati a fronte di quasi 4 milioni di passivo. È l'amaro bilancio dell'attività di recupero del curatore fallimentare della Serit srl di San Dalmazio, ditta al centro di un caso giudiziario dai pesantissimi risvolti contabili. Il titolare Roberto Carafa infatti è finito a processo per bancarotta fraudolenta aggravata per un clamoroso ammanco che ha assorbito anche 3 milioni di contributi statali. Erano stati elargiti in tre tranche dal 2004 al 2007 quale finanziamento erogato dal ministero dello Sviluppo economico per un progetto di rilancio di zone depresse che Carafa aveva annunciato di voler intraprendere trasferendo a Cutro (Crotone) il suo stabilimento. Solo che la ditta, dedita alla produzione di macchinari per vari settori, è stata dichiarata fallita dal Tribunale nel 2009 e del nuovo impianto al sud non si è mai visto traccia: l'unica attività nella zona ha riguardato l'acquisto per 140mila euro di un terreno incolto sul quale non è stata avviata alcun tipo di attività edificatoria, come ha scoperto lo stesso curatore fallimentare dopo aver segnalato alla Procura la sparizione di tutti i macchinari e dei libri contabili. Nel ricostruire ieri la vicenda davanti al Collegio dei giudici, il tecnico ha sottolineato che di fronte alle domande risarcitorie arrivate per il fallimento è riuscito a corrispondere solo quelle poche decine di migliaia di euro. A tutt'oggi non si sa dove siano finiti tutti gli altri soldi. L'imprenditore 48enne, a fronte di una complessa indagine compiuta nell'arco di due anni e mezzo dalla polizia giudiziaria della Guardia di Finanza di Modena, coordinata dal sostituto procuratore Pasquale Mazzei, è stato arrestato nel giugno 2013 nella sua abitazione di Nardò (Lecce). Secondo gli inquirenti, il primo versamento ricevuto dallo Stato, di 913mila euro, sarebbe stato utilizzato per l'acquisto di macchinari che non sono mai stati ritrovati. Il secondo da 987mila sarebbe stato invece prelevato direttamente dal conto della ditta per investimenti personali. Per il terzo da 1 milione e 48mila euro si parla invece di un dirottamento ad altre tre aziende sempre riconducibili a quella di Carafa. Fatto sta che i 3 milioni di partenza ad oggi risultano finiti nel nulla. E a questa somma si sono aggiunti altri passivi che hanno portato il totale a sfiorare i 4. Il processo è rimasto a Modena perché la legge stabilisce che la competenza territoriale rimane se la sede della ditta è stata trasferita da meno di un anno dall'avvio della procedura di fallimento. L'udienza è stata quindi aggiornata al 25 febbraio.

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