Roberto Barbolini: «La mia Modena? Una mamma terra di scrittori»
Lo scrittore e giornalista racconta il suo rapporto con Modena e i modenesi.Da Garboli è stato paragonato a Fellini «Non ci sono solo le eccellenze in cucina»
MODENA. Roberto Barbolini, esiliato a Milano, con il cuore nella sua Modena, è stato definito dal critico letterario Cesare Garboli “Fellini della scrittura”.
Che ne pensa?
«È una di quelle etichette che ti inchiodano per la vita. Soprattutto se ad appiccicartela addosso è stato un intellettuale come Garboli, forse il più grande critico letterario del secondo Novecento. Non ho mai capito se mi ha definito così per darmi una medaglia o per schiacciarmi sotto il peso del confronto. Un certo mio gusto torrenziale per la narrazione, in un continuo mescolare particolari realistici e fantastici, può in effetti richiamare sia il Fellini più onirico, sia quello di Amarcord per il modo di reinventare il passato, tanto più vero quanto più filtrato dalla finzione. È un po’ quello che ho fatto nel mio Ricette di famiglia, mescolando la memoria all'invenzione e il passato ai passatelli ».
Modena è presente in diversi suoi romanzi e racconti, anche se per motivi professionali lei , da oltre trent'anni, anni risiede a Milano. Cosa è Modena per lei?
«Inutile girarci intorno: Modena per me è la mamma. Impossibile dimenticarla. Ma per fortuna di mamma ce n'è una sola».
Se fosse il sindaco della città, quali progetti vorrebbe prioritariamente sviluppare?
«Più spazio agli scrittori! È una boutade, ma non troppo. Si punta tanto su eccellenze gastro-artistiche, certo importanti vettori economici, ma si dimentica che è forse dagli anni '30 di Delfini e Guanda che Modena non conosceva una vitalità in campo letterario paragonabile a quella odierna. Modena è città di zamponi ma anche di scrittori: dal Premio Strega Walter Siti a Marco Santagata, italianista e vincitore di un Campiello, da Giuseppe Pederiali (purtroppo scomparso), a Roberto Barbolini (un mio intimo amico al quale sono particolarmente affezionato), allo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi, fino a un bizzarro autore splatter come Claudio Vergnani. E non dimentichiamo poeti di valore come Alberto Bertoni , Emilio Rentocchini, o Roberto Alperoli , l'assessore che ha “cambiato verso” alla cultura a Modena. Sarebbe bello che un sindaco lungimirante pensasse a qualche iniziativa di lungo respiro, anche se non immediatamente remunerativa, che li coinvolga: Modena's got talent».
Oggi, più che mai, è di moda la cucina. I nuovi divi sono gli chef. Tra i suoi libri c'è anche un gustoso romanzo intitolato “Ricette di famiglia”. Cosa è la cucina per lei?
«Francamente, di cucina si parla troppo. Quando ho scritto Ricette di famiglia, cinque-sei anni fa, era nato da un'esigenza autentica, perché avevo trovato un vecchio ricettario appartenuto a mia madre. Attorno a quello ho reinventato una serie di vicende sulla mia famiglia e “altri animali”. Ma poi il dilagare di Masterchef e di simili programmi con i cuochi nuovi maitre-à- penser, che ormai fanno di tutto tranne che cucinare, mi ha sinceramente stuccato. E mi ha fatto ritornare in mente la famosa frase di Karl Kraus: “Non c'è dubbio che i Beethoven vengano sminuiti se dei caffettieri si dice che sono creatori”»..
Antonio Delfini e Guido Cavani, che lei conosce bene, sono due scrittori importanti, ma oggi quasi dimenticati. Come mai ?
«Con Delfini ci hanno provato in tanti, compresi prestigiosi editori come Einaudi e Garzanti, ma senza grandi esiti. Rimane un autore di nicchia, prezioso soprattutto per gli altri scrittori. Modena gli ha dedicato un' importante biblioteca e ha svolto varie iniziative per ricordarlo e valorizzarlo. Oggi Delfini gode di una certa salute critica, soprattutto grazie a Cesare Garboli. Ma questa fortuna non si è allargata al pubblico. Delfini è il caso paradossale di uno scrittore sul cui valore convengono i critici ,ma sul quale non si ha un editore che crede e investe fino in fondo.Cavani è, in realtà, l'autore di un solo, vero, anche se straordinario romanzo: Zebio Còtal, uno strano fungo spuntato dall'humus del nostro Appennino. Per Cavani ho molta stima e considerazione, ma certo non riveste il ruolo importante per quanto non ortodosso che Delfini ha svolto nel nostro altro Novecento. Direi che per entrambi occorre avere fiducia nella misericordia del tempo, questo straordinario parodista che trasforma le poesie in annunci pubblicitari e gli annunci pubblicitari in poesie».
Lei ha descritto in più occasioni la vita e le fortune musicali di Modena degli anni Sessanta. Come è nato quel fenomeno e perché si è esaurito?
«Non sono uno storico o un sociologo: spetta ad altri indagare su come e perché un determinato fenomeno nasce e poi si esaurisce. Del resto succede agli stili artistici come alle nostre vite. Per quel che mi riguarda, c'è stata semplicemente una felice coincidenza anagrafica tra la mia adolescenza e gli anni Sessanta, i più vivaci nella seconda metà del secolo scorso. Così quel periodo ha rappresentato spesso lo spazio-tempo ideale cui fare riferimento nel mio romanzo di formazione perennemente incompiuto. Ma a volte ho delle ricadute agli anni Cinquanta della mia infanzia. Certi personaggi di Piccola città, bastardo posto rimandano a figure reali, ben conosciute a Modena come il mago Leo Caiti o Mario Molinari, che appartenevano alla generazione di mio padre. C'è una specie di memoria collettiva che viaggia attraverso le epoche, e che rischiamo di smarrire. Cerco di ascoltare queste voci che vengono da lontano. E' il mio modo di parlare ai perduti».
Quest'anno ricorrono i 450 anni dalla nascita di Alessandro Tassoni, l'autore della Secchia rapita.
Cosa è rimasto a Modena e nei modenesi dello spirito, dell'humus tassoniano?
«La sua lezione - dice Roberto Barbolini - mi sembra ancora attuale. A chi pensa che il poema eroicomico del Tassoni sia sorpassato, rispondo che in una Europa in cui si litiga per stabilire gli standard delle melanzane e delle zucchine, la contesa per la Secchia è più che mai attuale. Anzi si è globalizzata. Oggi i conti di Culagna, fanfaroni e vili, si sono moltiplicati a dismisura. Peccato che non ci sia un nuovo Tassoni a sbeffeggiarli».
«A lui ho - prosegue lo scrittore modenese - reso omaggio nel L'uovo di Colombo, sottotitolo: un “romanzo eroicomico”. Proprio come eroicomica è La secchia rapita, un capolavoro profondamente modenese. E ho scritto un romanzo dove - come fa Tassoni- mi prendevo gioco di tutto e di tutti, a cominciare dall'autore. Nelle mie intenzioni c'è sempre dell'autoironia. Questa da un lato è un'eredità di famiglia, discesa per li rami da mio padre e dal mio prozio Eugenio. Ma è anche un tratto che sento tipicamente modenese: un modo di non prendere la vita troppo sul serio, proprio perché è tragica».
«È un disincanto ironico - continua Roberto Barbolini - che affonda nell'humus della città , lo ritrovo anche nel modo di salutarsi, negli appellativi, negli scutmai che si vanno perdendo. Venendo da Milano, a Modena noto un approccio ironico più marcato. Forse è anche uno schermo. Perché l'autoironia è una forma di difesa. Il modo più semplice per evitare che gli altri ti prendano per il culo è anticiparli, dire per primo la battuta».
Se dovesse delineare un ideale bestiario della sua città, quali animali sceglierebbe Barbolini?
«I somari al primo posto. Senza offesa. Come ci ricordava col suo settimanale satirico il grande Podrecca, L'Asino, è il popolo, “umile, paziente e bastonato”. È proprio da questo terreno che nasce il tipico umorismo modenese».
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