Gazzetta di Modena

Modena

Musiche e ritmi della condivisione

di Francesco Brusa
Musiche e ritmi della condivisione

La presidente della banda cittadina “Andrea Ferri” racconta la collaborazione con Alain Platel

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MODENA. Il popolare in quanto chiave di accesso alla realtà, la coreografia intesa come necessità esistenziale, ancora prima che artistica, di incontro con il diverso. Queste sono alcune caratteristiche della poetica di Alain Platel, a Vie con il suo “En avant, marche!” (stasera alle 21.30 e domani alle 20 al Teatro Storchi), in virtù delle quali il coreografo belga ha deciso di avvalersi di una collaborazione con il corpo bandistico modenese “A. Ferri”, che sarà infatti sul palco assieme agli altri musicisti-attori. La musica scandisce i riti aggregativi delle comunità, ne rispecchia abitudini e ritmi creando spazi di invito all'ascolto e di condivisione. Le bande, nella loro dimensione cittadina e genuinamente dilettantistica, sono dunque al centro del lavoro di Platel: punto di aggancio con la comunità e allo stesso tempo micro-società in continuo sviluppo, che rimangono però sempre fedeli alla propria identità. Abbiamo cercato di riflettere su questi aspetti con Elisa Manzini, presidente della banda modenese.

Ti riconosci nella definizione della banda come “micro-società”?

«Assolutamente. Fare parte di un corpo bandistico significa essere a contatto con persone eterogenee, per età, attitudini, estrazione sociale, etc. Significa anche fare i conti con un grado di impegno, a livello organizzativo, che è di stampo più dilettantistico che professionale. È necessaria quindi una serie di continue mediazioni, adattamenti, sia artistici che interpersonali, per cui suonare in un corpo bandistico diventa, a mio modo di vedere, innanzitutto un'occasione di crescita individuale. È un po' in generale il senso di tutto l'associazionismo».

Collaborare con Platel ha comportato cambiamenti nel vostro modo di lavorare?

«C'è stata una serie di aggiustamenti preliminari, anche solo a livello di organico. Dal punto di vista artistico siamo stati costretti ad adottare un approccio diverso. I pezzi che ci sono stati inviati (quattro in tutto) erano abbastanza fuori dalle nostre corde, a parte una sorta di polka molto veloce e allegra, e ci hanno dunque portato a concentrarci su elementi che normalmente non rivestono un ruolo primario nelle nostre esibizioni. Per esempio, abbiamo curato molto l'emissione del suono e la sua omogeneità di insieme, elementi che è difficile apprezzare negli ambienti in cui suoniamo di solito, prevalentemente all'aperto. Al contrario, in uno spazio come quello dello Storchi diventano fondamentali».

Pensi che tutto ciò possa essere utile anche nel percorso futuro della banda?

«Direi di sì. Tutta la serie di aggiustamenti performativi e la diversità di approccio che abbiamo dovuto adottare costituiscono una crescita tecnica per il nostro organico. In più, il solo fatto di avere questa collaborazione all'attivo è certamente un guadagno in termini di immagine per la banda, che speriamo possa portare a una riconsiderazione del suo ruolo nel contesto cittadino. Non nego che sia un momento difficile: in generale i corpi bandistici faticano a trovare occasioni per esibirsi con frequenza. Tuttavia, episodi come questo possono essere uno spunto importante per rinnovarsi e cercare percorsi nuovi, senza perdere la propria identità comunitaria».

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