Gazzetta di Modena

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«Il mio primo paziente? A Kabul»

Il viaggio in India con gli amici dopo la laurea. «Diagnosi, enormi passi avanti»

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No, il riposo del guerriero non si addice a questo distinto signore con le sopracciglia folte e gli occhiali con la montatura sottile. Da giorni gli stanno piovendo addosso felicitazioni, auguri e soprattutto le richieste affannose dei pazienti che temono di perdere un punto di riferimento. E tanto altro.

È difficile che dietro l’immagine ufficiale del cattedratico in giacca e cravatta, del camice bianco pronto a correre in corsia e sdrammatizzare l’ansia dei malati con un sorriso e una battuta in dialetto, ci sia un personaggio capace di un anticonformismo e ironia.

Dopo 44 anni si ferma?

«No, una vacanza e poi vedrò. Credo che continuerò con la professione ma in modi diversi. Ho avuto la fortuna di poter svolgere una professione meravigliosa».

Però si è laureato con una tesi in neuropsichiatria

«Sì, era il mio interesse da giovani. Poi l’incontro con il prof. Vecchiati è stato decisivo per spingermi verso la chirugia vascolare. Ed è stata una passione che non mi ha più abbandonato».

Il suo primo paziente?

«Vediamo di ricordarlo - si ferma un istante prima di continuare - Direi senza dubbio un ragazzino in Afghanistan nel 1970».

In viaggio per l’india con i figli dei fiori?

«Non proprio. L’India e l’Oriente affascinavano la nostra generazione. Assieme a cinque amici, tutti neolaureati come me, noleggiai un furgoncino e partimmo verso Istambul, teheran e Kabul. Su una sperduta pietraia del deserto afghano ci fermò un ragazzo con una congiuntivite terribile. Eravamo su un mezzo a motore e occidentali: tanto gli bastò per chiedere aiuto. Ci portò nella sua casupola, con la nonna e il figlio, ci offrirono mandorle e pistacchi».

Poi il ritorno a Modena, il camice bianco, la gavetta

«E tutto il resto, può ben dirlo. Ricerca, cure, assistenza, studio con ottimi maestri orgogliosi del loro lavoro».

I risultati ci sono stati

«Certo, ed è cmbiato il mondo nel nostro settore grazie alla microchirurgia, l’ecodiagnostica, le tecnologie digitali. Oggi si fanno analisi precoci che servono a salvare molte vite. Vene e arterie o si chiudono o si dilatano troppo e questo innesca patologie mortali. Pensi agli aneurismi: quando ho iniziato a lavorare la mortalità era del 15% oggi siamo a meno dell’1%. E poi le amputazioni delle gambe per arteriopatie, all’epoca molto, molto più frequenti di oggi. Senza parlare delle placche sulla carotide per intervenire tempestivamente ed evitare l’ictus».

Il primariato arrivò nell’89, lei era giovane secondo i parametri dell’epoca

«Non so. Di fatto avevo alle spalle nel ’76 il primo intervento sull’aorta toracica. Nel 1998 riuscimmo ad avviare a Modena il trapianto renale e a promuovere gli espianti, assieme a Nefrologia e Urologia». (s.c.)

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