Storie di barche, di canali e dell’acqua miracolosa venduta dal dottor Moreali
Una colonna ricorda ancora oggi l’antica sorgente, ma c’erano dubbi sulle sue proprietà: “L’acqua dal Muriel l’an fa né bèin né mèl”
«È noto che Modena è fondata sopra molti canali», affermava lo storico Girolamo Tiraboschi a metà del Settecento. Via Cerca, via Modonella, via Canalino, corso Canalchiaro, corso Canalgrande, via Fonte d’Abisso e altre, con la loro toponomastica sono la testimonianza, ciò che rimane, dalla fitta rete di canali che percorreva la città in ogni direzione.
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Quando passeggiamo per Canalchiaro o andiamo a teatro in Canalgrande, il pensiero che sotto i nostri piedi scorrano ancora gli antichi canali ci sorprende non poco. Il rapporto tra Modena e l’acqua è da sempre indissolubile, sebbene ora ne abbiamo prova solo in occasione di calamità come le inondazioni, ma una volta era vissuto e celebrato come una grande fortuna. Lo stesso stemma araldico della città ne è emblema, con le due trivelle che ricordano l’abilità dei modenesi nello scavare pozzi artesiani per sfruttare quell’immensa ricchezza che era l’acqua di risorgiva, dei fontanazzi. Ricchezza che abbiamo sfruttato davvero nel senso del termine, tanto da far abbassare la falda acquifera a partire dalla seconda metà del XX Secolo, soprattutto a causa dello sfruttamento a fini industriali e abitativi.
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Ma facciamo un passo indietro nel tempo e ritorniamo in piazza Roma, davanti al Palazzo Ducale, dove abbiamo lasciato Ciro Menotti a guardare minaccioso verso le finestre del duca. Dietro e sotto la residenza estense, c’era il Naviglio grande - oggi in gran parte “sostituito” da Corso Vittorio Emanuele II e, al tempo, navigabile fino al Po, permettendo così alle merci modenesi di raggiungere il pregiato mercato veneziano - la cosiddetta “Casa delle Acque” dove confluivano tutti i canali, sia quelli con acque chiare provenienti dalla risorgive (i paduli, anch’essi presenti nell’odierna toponomastica in zona strada Contrada), sia quelli con acque torbide provenienti da fiumi Secchia e Panaro. Nasceva proprio nel cuore della città dove ora è stato sotterrato e non è più possibile accedervi, mentre è rimasta la parte in cui riemerge e sfocia nel Panaro nei pressi di Bomporto.
Le darsene a dire il vero erano due: a questa che occupava l’attuale corso Vittorio Emanuele, si aggiungeva quella alla Sacca (situata dove ora c’è il cavalcavia che oltrepassa la ferrovia) e che fu interrata nel 1936.
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In origine i canali principali erano nove, più tanti canali minori che si diramavano da essi. Il più antico, di cui vi è traccia già nelle mappe della Modena medievale risalenti all’anno 1000, è Canalgrande. Era, come chiaramente è esplicitato dal suo nome, il canale più largo nel quale scorrevano acque torbide del Panaro, entrava in città in direzione di via Saragozza nelle vicinanze del mulino della Sonza. Nei secoli venne chiamato anche “Canale del Vescovo” e “Canale di San Pietro”.
Nome altrettanto esplicativo per Canalchiaro, nel quale scorrevano appunto, le acque sgorgate dai fontanazzi nei pressi della chiesa di San Faustino. Il corso d’acqua faceva la sua entrata in città in zona San Francesco, costeggiava il Duomo, formava un’ansa verso destra in via Emilia, risaliva verso nord per poi confluire nel Canal Grande.
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Una curiosità è la celebre “Acqua Subamara di Modena” scoperta e commercializzata dal dottor Giovanni Battista Moreali nel 1750 nella farmacia di San Marco, situata proprio nel corso. Questa acqua che zampillava in zona via Scaglia aveva delle virtù antinfiammatorie e nel luogo della fonte, nel 1763, il dottore fece erigere una colonna in marmo con l’iscrizione “La fonte d’acqua amarognola debellatrice delle malattie infiammatorie”.
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Sebbene i modenesi riponevano poca fiducia in questa acqua taumaturgica (tant’è che c’è il detto “l’aqua dal Murièl l’an fa né bèin né mèl” – l’acqua del Monreali non fa né bene né male) la colonnina restò al suo posto fino al 1977 quando venne spostata in angolo tra via Giardini e la tangenziale nei pressi del Direzionale 70.
Un’altra fonte conosciutissima in città era quella “della Bisa” che si trovava proprio difronte al Palazzo Ducale dove ora ci sono le fontane moderne ai piedi del monumento a Ciro Menotti.
Questa fonte, come gran parte dei canali all’interno delle mura, venne interrata nel 1858. I canali erano prettamente vie commerciali, che contribuivano in modo importante alla diffusione delle eccellenze del nostro territorio, alcune ancora esistenti, altre come la seta andate perdute con il tempo.
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