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I consigli di Paolo Mandelli ai tecnici di calcio giovanile

di Giovanni Balugani
I consigli di Paolo Mandelli ai tecnici di calcio giovanile

Il bravissimo tecnico della Primavera del Sassuolo mette a disposizione la sua esperienza agli allenatori dei vivai delle società modenesi

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Allenare significa trasmettere conoscenze. A maggior ragione se ad apprendere è un bambino o un ragazzo, fisiologicamente portato ad assorbire istruzioni provenienti dall'alto, siano essi input calcistici o, più in generale, di vita. Una responsabilità enorme che grava sulle spalle degli istruttori di giovani calciatori. Un ruolo che Paolo Mandelli, tecnico della Primavera del Sassuolo, conosce benissimo.

Mandelli: educatore, istruttore o allenatore?

"Difficile dare una definizione netta, dipende dall'età di chi si ha di fronte. La prima cosa che un tecnico deve fare è adeguare atteggiamento ed allenamenti all'età. Non si può allenare un dodicenne come un diciottenne".

Qual è lo stato di salute dei settori giovanili italiani?

"Il problema principale del nostro Paese sono le strutture, non c'è paragone rispetto all'estero e il modo in cui si può allenare spesso fa la differenza. Se poi entriamo nello specifico dei settori giovanili professionistici c'è un altro punto che andrebbe migliorato: il rapporto con la scuola. Spesso tra sport e scuola c'è una barriera insormontabile, che non tutela i sacrifici dei ragazzi. Inoltre c'è poco tempo per allenarsi: una volta esisteva il gioco non organizzato, quello dei cortili, ora non più. I ragazzi dovrebbero avere più tempo a disposizione".

Qual è l'obiettivo principale di un tecnico del settore giovanile?

"E' importante la condivisione a livello societario, nell'ambito di un'organizzazione del lavoro strutturata. Sul piano personale, però, è fondamentale riuscire a trasmettere qualcosa che permetta al ragazzo di maturare".

Che valore ha il risultato nei settori giovanili?

"Lo sport è competizione. La sfida nasce dalla voglia di vincere nei confronti di un avversario, si tratta di uno stimolo innato nell'uomo: basta guardare i bambini giocare, dentro di loro hanno la voglia di superare l'avversario.

Tutto ciò, però, va interpretato nel modo giusto ed è necessario che tutti gli operatori del settore non vengano condizionati dal risultato ovvero non bisogna vincere per se stessi. Se un allenatore pretende dai propri allievi, siano essi bambini o adolescenti, la vittoria per il proprio ego sbaglia".

Anche l'improvvisazione è un errore?

"La Figc sta facendo un enorme sforzo per mettere a disposizione dei tecnici gli strumenti necessari per allenare nel migliore dei modi. Detto ciò va ricordata una cosa: una buona improvvisazione è meglio di una programmazione sbagliata".

Qual è il consiglio che sente di dare ai tecnici meno esperti?

"Uno solo: usate la semplicità. E' la qualità migliore per insegnare senza troppe complicazioni permettendo ai ragazzi di comprendere quello su cui si sta lavorando ed evitando così il rischio di allenare se stessi".

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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