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Padre Romano Volpari, l'ultimo dei francescani di Modena

Carlo Gregori
Padre Romano Volpari, l'ultimo dei francescani di Modena

A causa della crisi della vocazioni, Padre Romano è l’ultimo francescano rimasto a Modena. «Sono arrivato a 72 anni, dicono che sono pensionato ma non mi fermo». Dal 1971 aiuta i profughi, una passione instancabile per gli ultimi lo spinge ad accoglierli nella parrocchia di San Pancrazio (in passato era alla Cittadella e al Murazzo) e far sì che trovino al serenità per proseguire in cerca di un lavoro. "Ho fatto per 13 anni lo scaricatore al porto di Ravenna. Mi chiamavano Al Fratàz"

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MODENA. Se realizzare l’ideale francescano del Cristianesimo vuol dire vivere tra gli ultimi e gli animali, padre Romano Volpari c’è riuscito. A San Pancrazio, frazione in campagna vicino a Ponte Alto con solo duecento fedeli, ospita una dozzina di disagiati, poveri e sbandati: migranti senza un rifugio, alcolisti, persino un ladro ai domiciliari.

«No, non litigano tra loro. È rarissimo. Qui riescono invece a trovare un po’ di pace. Molti ricominciano a lavorare, altri tornano ai loro Paesi», spiega con quel suo fare diretto e baldanzoso, nonostante i 72 anni. Poi mostra il suo angolo degli animali: la capra, le galline, e il suo amico asino, Gaspare. C’è un orto circondato da due pergolati: una Via Crucis con le stazioni da lui modellate nella creta e un roveto rampicante. Nei due magazzini di cose vecchie lavorano 18 persone. «Molti sono totalmente in regola. Oggi si guadagnano uno stipendio vero vendendo gli oggetti donati», spiega girando tra mobili, libri, manichini e lampadari.

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Padre Romano Volpari è l’ultimo francescano rimasto in città.

«Sono rimasti i fratelli di Pavullo e di Sassuolo. A Modena più nessuno», dice ricordando i fratelli del Murazzo che, anche centenari, andavano al cimitero di San Cataldo a confortare i parenti dei morti. «Sono rimasto solo io. Sono in pensione, ma non mi ritiro. E comunque mi è arrivata la prima misera pensione. Dopo tutti quegli anni a Ravenna».

Tutto nella storia di questo frate pare al limite del verosimile. Oggi, in un’epoca di conformismo di massa, la sua vita pare un romanzo. Persino il suo rapporto con le sigarette. Era il più famoso religioso tabagista di Modena. A volte lasciava la cicca accesa in sagrestia, si favoleggia, per fare un tiro durante la messa...

«Sì, ho smesso da due mesi - racconta - ho iniziato a otto anni. Mi costò la terza elementare: mi bocciarono. È stata una grande passione, quella per le sigarette. No ho fumate fino a 40 al giorno. Adesso basta».

Originario di Talbignano di Polinago, lì è stato ordinato nel 1970 dall’arcivescovo Amici. Poi è iniziata la sua incredibile avventura di “prete operaio”, secondo lo spirito rivoluzionario di quegli anni che investiva anche il clero. Soprattutto per un entusiasta giovane francescano minore.

«Il padre provinciale mi mandò a Ravenna come cappellano alla chiesa del porto. Non mi piaceva stare con le mani in mano e così in un solo giorno mi hanno assunto come scaricatore. Il primo giorno ero distrutto, poi è arrivato il secondo e il terzo e sono rimasto lì per tredici anni. Trasportavo sacchi da un quintale di cemento su e giù dal treno alla nave per 500 volte al giorno. Eravamo migliaia di facchini, alla cooperativa».

Allora al porto di Ravenna i “camalli” erano quasi tutti comunisti e anarchici, tanti i bestemmiatori incalliti. Lo chiamavano “Al Fratàz”. Ma poi fece breccia e divenne uno di loro. «Nel 1971 ho accolto il primo profugo, un eritreo. Allora non esistevano in Italia. Era al porto e lo ho alloggiato da me. Da allora ne ho fatto un mestiere: ne ho aiutati a centinaia». Quando anni dopo arriverà alla Cittadella, in Sant’Antonio di profughi ne ospitava fino a 80 alla volta e si era solo a metà anni 80 quando gli immigrati erano pochissimi. «Li alloggiavo nelle stanze sui letti a castello. Due per letto e due per terra. Sei per fila, insomma. Mai avuto problemi».

Poi a San Cataldo, quando il problema degli immigrati è esploso dalla metà degli anni Novanta, non si contavano più gli immigrati e i disperati che trovavano rifugio al Murazzo. «C’era anche Porta Aperta e quelli che non ci stavano venivano da noi. Ho sempre scelto un capo squadra in base alla lingua: uno per l’inglese e uno per il francese. Con gli islamici non ho mai avuto problemi gravi; hanno i loro rituali e il loro modo di mangiare, tutto qui». Insomma, papa Francesco non l’ha colto certo impreparato. «Sono totalmente in linea col papa. Francesco è un grande». È impossibile racchiudere in poche parole l’energia vulcanica di questo frate che concepisce il Vangeli nel modo più concreto possibile «Cerco solo di seguire San Francesco», taglia corto.

Padre Romano parla camminando in ambienti pieni di sue sculture, la sua passione. «Ho sempre saputo di avere una vocazione per la scultura oltre che per i Vangeli - spiega - ma l’ho potuta sviluppare solo molto tardi, quando ero a Faenza, tra il 1983 e i primi anni Novanta. Ero sempre in mezzo ai ceramicai. Mi chiamavano “Spegnatèra”. Non so quante formelle in bassorilievo e vasi ho fatto nella mia vita. A volte mio vengono naturali. Ci metto pochissimo. Ecco anche quella Via Crucis l’ho fatta io», dice entusiasta.

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